Alessandro Preziosi domani in scena a Cattolica

Mar 8 Gennaio 2019
Giulia Farneti


Dove si trova il confine tra realtà e finzione, follia e sanità, giusto e ingiusto? Queste sono le domande che emergono da “Van Gogh. L’odore assordante del bianco”, lo spettacolo che andrà in scena mercoledì 9 gennaio al Teatro della Regina di Cattolica con la regia di Alessandro Maggi. Il testo di Stefano Massini che viene portato in scena è stato il vincitore del Premio Tondelli a Riccione Teatro nel 2005 per la “scrittura limpida, tesa, di rara immediatezza drammatica, capace di restituire il tormento dei personaggi con feroce immediatezza espressiva”, questa la motivazione della giuria.

A dare anima e corpo al celebre pittore è un ipnotico e intenso Alessandro Preziosi che si cala perfettamente in un artista assetato di vita e di libertà di esprimersi, disperatamente alla ricerca di uscire dalle mura del manicominio di Saint Paul; la sua speranza è riposta nelle visite del fratello Theo. Di arte, di Van Gogh, di palcoscenici, di vita e di amore abbiamo parlato con il noto attore.

Preziosi, la vedremo a teatro con uno spettacolo molto inteso. Com’è il Van Gogh da lei dipinto?

«È un Van Gogh inchiodato letteralmente sulla tela, è il portare alla luce una vita intensissima. Essendo il teatro una bolla di amplificazione enorme di quella che è la realtà, tutto viene portato alle estreme conseguenze. È un Van Gogh inchiodato in un enorme perimetro bianco sul quale fare emergere più colori possibili, esattamente come la sua arte».

Cosa l’ha spinta ad accettare questo personaggio?

«Il testo di Stefano Massini era a dir poco straordinario, ne sono rimasto folgorato. Inoltre la sfida di riuscire a raccontare attraverso uno spettacolo un processo creativo ha fatto sì che non mi potessi tirare indietro per alcun motivo; solitamente non si dà importanza alla grande difficoltà di riuscire a creare qualcosa dal nulla come quella di una scenografia interamente bianca alla base sulla quale si può sollecitare l’immaginazione dello spettatore».

“L’odore assordante del bianco”, questo è parte del titolo dello spettacolo che la vede protagonista. Il bianco viene definito attraverso la vista ma attraverso l’olfatto. Ci può spiegare meglio?

«Prima di Van Gogh ma non dopo di lui, davanti a una tela esisteva un filo conduttore tra la creatività e l'immaginazione in cui tutti i sensi venivano coinvolti, sia per chi osservava sia per chi creava. Quando si ha a che fare con i suoi quadri, bisogna ricordarsi che era un uomo che aveva a che fare con la natura, la quale ha tutto intorno a sé: i sensi vanno così a incrociarsi nella bellezza della sua semplicità. Quello che tentiamo di fare è di raccontare il rapporto dell’uomo con l’arte».

Cos’era l'arte per il genio?

«Era un modo di esprimere il proprio debito nei confronti del mondo».

E per lei?

«Esattamente lo stesso ma in maniera del tutto inconsapevole».

Nella pièce, Van Gogh dialoga tra realtà e immaginazione con suo fratello a cui chiede disperatamente di uscire dal manicomio. Esiste un confine tra ben preciso, secondo lei, tra i due?

«Credo che la finzione e l’immaginazione per un artista rappresentino la più alta concentrazione di verità; ritengo cioè che attraverso la fantasia si comprenda meglio la realtà che ci circonda. Spesso abbiamo un’accezione negativa della finzione considerando che quest’ultima presupponga nell’arte una consapevolezza mentre invece nella vita vera no».

In un’intervista al Corriere della Sera lei ha dichiarato che la morale di questo testo sia la fatica di diventare adulti. Lei ci è riuscito?

«Con questo spettacolo cerco di esorcizzare questa difficile questione. Diventare adulti vuol dire smettere di giocare con la realtà e vedere le cose per quello che sono ed è un’impresa molto ardua. Posso dire che ho accertato che sia quasi impossibile darsi la possibilità di diventare adulti quando si fa questo mestiere. La difficoltà di Vincent Van Gogh era proprio quella di non accettare la realtà per quello che era».

Dopo la laurea in giurisprudenza, si trasferisce Milano per frequentare l’Accademia dei Filodrammatici. Cosa vuol dire essere attore oggi?

«Significa avere quella stessa responsabilità di sempre, ovvero quella di giocare seriamente. Credo che voglia dire concretizzare il fatto che sia una responsabilità culturale: l’attore è e dovrebbe essere un portatore di bellezza, una bellezza che deve cercare di arrivare a tutti. È un mestiere con il quale si combatte per quello che si ha odiandolo ma sapendo che è necessario».

Lei nasce in teatro: è andato in scena con autori come Shakespeare, Moliere, Pavese e Sant’Agostino, per citarne alcuni. Cosa rappresenta per lei il palcoscenico?

«Il modo in cui si celebra la vita, costituita da un segmento dopo l’altro, come una canzone. Come una musica, anche il teatro può evocare le sfumature dell’esistenza».

Il ruolo per il quale il grande pubblico l’ha conosciuta è stato quello del conte Fabrizio Ristori di “Elisa di Rivombrosa”. Cosa “deve” al Conte?

«Gli devo molto. Ho acquistito una maggiore professionalità; ho cambiato il modo di vedere il mio lavoro. Devo dirgli grazie per avermi fatto incontrare i migliori professionisti del cinema e della televisione, per avermi fatto conoscere luoghi terribilmente belli, per la bellezza e la storia del nostro Paese, per avermi fatto conoscere la madre di mia figlia e per aver alimentato una tale curiosità nella gente da venire a teatro a vedermi».

Il pubblico l’ha amata molto anche per la miniserie di Rai1 “La bella e la bestia”, la favola per eccellenza dell’eterno conflitto tra la luce e l’ombra, ma alla fine l’amore trionfa. È sempre così? Il lieto fine deve esserci o comunque dobbiamo trovarlo?

«Mai smettere di cercarlo. Se si tratta di un amore costituito da semplice condivisione momentanea no, perché si trasforma in un’illusione e in un qualcosa che non riusciremo mai ad afferrare pienamente. Se invece il punto più alto dell’amore è quello per qualcosa che non è terreno, assolutamente sì perché si tratta di un’emozione che vive al di là dell’amore riconosciuto dall’altro, che non possiede e non richiede, ma che esiste».

Per info: 0541/966778 - e-mail: info@teatrodellaregina.it

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