«Dimezzare il nostro bagaglio: ecco cosa canto»

Rimini

RIMINI. Per cercare la maturità artistica Andrea Amati ha inserito nel suo “Bagaglio a mano” ciò che conta di più; le parole giuste e le canzoni per raccontarle, buoni compagni di strada e un po' di sana autoironia. E se gli uomini sono strade, come raccontava il poeta dialettale Nino Pedretti – santarcangiolese proprio come Amati – quella di Andrea porta a un palco, un locale, una piazza dove esibirsi, raccontarsi, incontrarsi.

Dopo il debutto del 2014 con “Via di scampo”, in cui è ancora forte il legame con i grandi della musica d’autore italiana, Amati arriva oggi a un’estetica sonora originale e a una equilibrata consapevolezza compositiva. É anche grazie agli arrangiamenti del chitarrista Massimo Marches (e alla produzione di Cristian Bonato) se il disco si smarca dai clichè più rischiosi del genere, strizzando l’occhio all’elettronica e al pop. Il disco doveva essere presentato in anteprima questa sera al Teatro degli Atti di Rimini, ma a causa del maltempo la presentazione è stata rinviata al 18 aprile. Da oggi comunque sarà̀ disponibile in download e sulle piattaforme streaming.

Amati, nella title track lei canta “Adesso viaggio più leggero... ho dimezzato ciò che non servirà”; cosa contiene allora e qual è la meta del suo “bagaglio a mano”?

«Nel mio bagaglio a mano ci sono la libertà dalle mie paure, dalle sovrastrutture, dagli obblighi, dalle insicurezze, dai ruoli predefiniti e dalle cose da dimostrare. È un disco di liberazione, in cui cerco di accettare l’idea che non si può cambiare tutto, ma allo stesso tempo che un mutamento interiore è necessario. Non è però un inno alla leggerezza, anzi, un percorso difficile e lungo, visto che ci lavoro dal 2013».

C’è spazio anche per l’autoironia, come in “Mi sono perso”.

«Sì, anche questo aspetto, per me nuovo, fa parte di un percorso di crescita che avevo chiaro in testa. “Mi sono perso” ma anche “Carmen” sono due pezzi che ho cofirmato con il collega riminese Daniele Maggioli, che ha portato il suo stile senza sovrastare il mio. Era un altro obiettivo quello di riuscire a collaborare con altri artisti che stimo, come Daniele ma anche Braschi, che ha cofirmato il brano “verrà il tempo”».

Gli arrangiamenti virano su un pop di matrice elettronica, come siete arrivati a questa scelta?

«È il frutto naturale di questi anni di lavoro insieme con la band, che mi accompagna da sempre. Chi meglio del chitarrista Massimo Marches poteva produrre un disco così personale per me? Mi sono affidato e fidato completamente di lui. Il suono finale e l’evoluzione di questo rapporto di simbiosi».

C’è chi va a Sanremo e chi ci prova con i talent, e lei?

«Con una metafora calcistica si potrebbe dire che dipende da quale campionato si vuole giocare. I talent non fanno per me, non ho le caratteristiche giuste per quel tipo di format. Sanremo, invece, perché no? Penso sia potenzialmente più adatto per il mio stile; se si creassero le condizioni potrei provarci, ma faccio un passo alla volta».

Il legame con la provincia accomuna tanti tra i cantautori a cui ti ispiri. Tu stesso citi il poeta Santarcangiolese Nino Pedretti; che rapporto hai con la tua terra?

«Amo visceralmente Santarcangelo. Ogni disco è figlio di un luogo e il mio è sempre lo stesso, Santarcangelo. Un luogo magico, una realtà unica, così piccola eppure così ricca di offerte culturali, artisti, manifestazioni».

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