"Christmas songs", il potere della musica d'Oltreoceano ci salverà

Rimini

RIMINI. Camino acceso, cielo terso, aria di neve, rintocchi di campane, proprio come nell’epilogo del Canto di Natale di Dickens. Uno scenario natalizio quasi perfetto a cui manca solo la musica; per quello ci pensano i riminesi Nashville & Backbones (Marcello Dolci, chitarra e voce; Michele Tani, tastiere e voce; Matteo De Angeli, chitarre e voce; Elisa Semprini, violino e voce; Davide Mastroianni, basso; Tommy Graziani, batteria) che, con le loro Christmas songs, si candidano a diventare l’ideale colonna sonora del Natale 2017. Dodici canzoni racchiuse in un “concept album” natalizio che si inserisce nell’alveo di una tradizione ben precisa, fortemente radicata nel costume americano dove, per tradizione, i grandi cantanti si cimentano almeno una volta nella carriera nel disco di Natale. Una tradizione che non è fatta solo di Bing Crosby e Frank Sinatra, ma anche di Johnny Cash e Gene Autry e che appartiene a pieno titolo all’universo country folk d’Oltreoceano. È in questo filone che vanno inserite le Christmas songsche, seppur attingano a diversi stili e a immaginari multipli, trovano nella raffinata amalgama vocale e nel maturo incastro strumentale della band il loro comune denominatore.

Venerdì 22 a teatro

Per chi volesse scaldarsi al camino delle loro note, l’appuntamento con il Grinchmas carol dei Nashville è per venerdì alle 21 al Teatro degli Atti di Rimini.

«Uno spettacolo costruito – spiega Marcello Dolci – sulle tracce dell’album, non il classico concerto di Natale; ci siamo ispirati al libro Il Grinch di Dr. Seuss, una creatura che odia il Natale e vuole rovinarcelo, ma il potere della musica ci salverà. Per questo sul palco ci sarà anche l’attore Mirco Gennari, insieme a Fabrizio Flisi alla fisarmonica e ad alcuni ospiti che hanno lavorato sul disco».

Il repertorio natalizio è sterminato, come sono stati scelti i brani?

«Da anni ascolto il repertorio natalizio d’Oltreoceano, non solo quello più tradizionale, grazie ai suggerimenti del mio amico Massimiliano Manduchi. È stata una scelta tutt’altro che banale, visto che abbiamo tralasciato volutamente i classici come “Jingle bells” e “White Christmas”, inserendo sia brani di origine religiosa che canzoni più profane. Nel disco ci sono dodici tracce, undici cover, tra cui brani di Joni Mitchell, The Band, Jose Feliciano, Merle Haggard, e un inedito».

Avete privilegiato l’aspetto filologico o quello più personale?

«Abbiamo privilegiato i brani che a livello sonoro rientravano di più nel nostro mondo musicale, i più adatti a una nostra interpretazione, al punto che, se non conosci gli originali, possono sembrarti brani composti da noi».

Qual è il messaggio dei testi che avete selezionato?

«Sui testi la scelta è stata molto eterogenea. Non solo quelli religiosi, ma anche la solitudine che il periodo delle feste amplifica (“River”), l’opulenza del pranzo di Natale (“Jingle belly Christmas”), il consumismo materialista (“If we make it through december”), abbiamo anche scelto di includere due brani strumentali per evocare meglio l’atmosfera del Natale».

Il disco di Natale è più un “divertissement” o fa parte integrante del vostro percorso artistico?

«In America tutte le band fanno il disco di Natale e, visto che ci ispiriamo al country americano, ci è sembrata una sfida interessante anche per noi. L’abbiamo registrato durante l’estate tra un concerto e l’altro, ma ci siamo accorti che quello che stava prendendo forma era un progetto ben più articolato e concreto. Il prodotto finale è sì un album di Natale destinato ad essere ascoltato durante le feste ma per noi è anche una ulteriore prova di arrangiamento e registrazione, anche perché abbiamo fatto tutto in casa; il risultato è qualcosa che sentiamo nostro a tutti gli effetti».

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