Il peso e la colpa delle parole

La figlia del podestà fascista fa pace col partigiano che le ha ucciso il padre. Il marito della donna uccisa in un incidente ammazza il ragazzo di 22 anni che ha investito la moglie. Da una parte la voglia di dialogo e di pace. Dall’altra il rancore, il dolore e l’odio. Siamo sinceri: oggi molti di noi stanno nel secondo gruppo di persone. I dialoghi social trasudano odio.
Sì, la crisi, le ingiustizie, la corruzione, i politici… di scuse ce ne sono tante. Ma non dobbiamo abdicare al nostro ruolo di persone civili. I processi non si fanno sui social. La giustizia non si fa con la pistola, stile Far West. Chi ha alimentato l’odio e lo ha fatto crescere nella testa pazza di dolore di un giovane rimasto vedovo non ha responsabilità quantomeno morali? E il vescovo che parla di giustizia lenta per un episodio accaduto sette mesi prima, cosa fa? “Aizza” la pace? Chi di noi misura le parole o i suoi “mi piace” anziché alimentare le divisioni e l’odio fra cittadini, fra partiti, fra categorie, fra istituzioni e cittadini? Spaccandosi e dividendoci usciremo prima dalla crisi? Una società che parla in modo violento diventa violenta anche quando smette di parlare.
Proviamo a misurare le nostre parole. Smontiamo gli insulti gratuiti. Disarmiamo le parole di ex amanti rancorosi e forse daremo un contributo anche alla lotta contro la violenza alle donne. Voi come la pensate?

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