Nel periodo compreso tra il 15 ottobre 2020 e il 30 aprile 2021 il nostro governo, così come quelli di tutti gli altri stati membri dell’UE, deve presentare alla Commissione Europea il Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza (PNRR), condizione indispensabile per accedere ai contributi a fondo perduto e ai prestiti previsti dal Next Generation EU/Recovery Fund (209 miliardi complessivi per l’Italia). Nell’articolo di sabato scorso ho sottolineato, citando una recente relazione presentata dalla Corte dei Conti in un’audizione al Senato, i ritardi nella spesa che il sistema Italia sta registrando nel periodo di programmazione 2014-2020 relativi all’utilizzo dei fondi strutturali e di coesione dell’UE.

Per la verità, per ridurre al minimo le risorse finanziarie non spese, già nel periodo di programmazione 2007-2013 si era ricorso, come evidenziato dalla Corte medesima, a vari espedienti (soprattutto a progetti di scarsa qualità e non addizionali rispetto alla routine), impoverendo la qualità della spesa pubblica e quindi la sua capacità di generare autentico sviluppo, soprattutto nelle regioni meridionali. Questa volta l’occasione storica rappresentata dal Next Generation EU non va assolutamente sprecata, perché vi è davvero la possibilità di intervenire sulle cause strutturali e infrastrutturali della nostra mancata crescita, che persiste da decenni. Servono piani strategici ambiziosi e progetti cantierabili, incardinati in modalità attuative e tempistiche certe. In questo contesto si dovrebbe dare vita anche a sperimentazioni istituzionali di tipo orizzontale: per esempio, perché Regioni assolutamente virtuose come l’Emilia-Romagna (sempre ai primi posti nell’utilizzo dei fondi europei) non stabiliscono un partenariato con regioni del sud, attivando un fecondo travaso di competenze e know-how tra tecnostrutture pubbliche? Tornando al suddetto PNRR, la nostra presidenza per il Consiglio ha redatto un documento di sintesi (Progettiamo il rilancio) articolato in 9 macro-ambiti; tra di essi viene annoverato un “Piano integrato di sostegno alle filiere produttive italiane”.
La prima filiera produttiva indicata è il turismo, sicuramente uno dei più colpiti dalla pandemia e dalle sue conseguenze. Teniamo sempre a mente che il turismo in Italia vale direttamente il 5% del PIL e il 6% dell’occupazione (fonte: Banca d’Italia); la sua incidenza sul PIL arriva a circa il 13% se si considerano anche i settori collegati. Poiché le priorità strategiche dell’UE sono l’economia verde e la digitalizzazione, una profonda modernizzazione del turismo italiano può essere perfettamente coerente con tali priorità in almeno tre ambiti:
1)ammodernamento “fisico” delle strutture alberghiere: si dovrebbe prevedere un superbonus al 110% (utilizzabile anche dagli affittuari) per una riqualificazione energetica e antisismica profonda dei circa 33 mila alberghi (dato Istat) esistenti nel nostro Paese. Ipotizzando un investimento medio di 300 mila € per struttura e il coinvolgimento di almeno il 40% degli hotel, si genererebbe un volume di investimenti pari a quasi 4 miliardi di euro€. Tale riqualificazione comporterebbe anche un notevole miglioramento della qualità e del comfort interno delle strutture interessate, elevando anche la possibile redditività d’impresa e favorendo l’uscita dal mercato delle strutture più obsolete e marginali. Il Temporary Framework in tema di aiuti di stato, adottato dalla Commissione il 19 marzo e emendato il 3 aprile 2020, consente all’Italia di elargire “contributi diretti a fondo perduto, equity, vantaggi fiscali e anticipi di pagamenti” fino a 800.000 euro per le aziende attive in tutti i settori, quindi anche nel turismo.
2) integrazione turismo-infrastrutture dei trasporti all’insegna della sostenibilità e decarbonizzazione: l’alta velocità ferroviaria, il potenziamento delle reti di trasporto pubblico locale ferroviarie e su gomma (e la loro l’integrazione con aeroporti e porti), devono rendere facilmente fruibile tutto il nostro Paese (inclusi i borghi più periferici), che ha una ricchezza culturale, paesaggistica e di biodiversità (inclusa la gastronomia) senza pari nel mondo.
3) digitalizzazione: l’Europa è il primo continente al mondo per destinazione (circa 57% degli arrivi internazionali), ma i flussi turistici sono intermediati per circa il 92-93% da piattaforme americane (Expedia, Booking..). Per affrontare questo paradosso devono nascere dei player nazionali ed europei, mentre la filiera turistica nazionale nel suo complesso, composta da un esercito di nani senza operatori di caratura internazionale, deve utilizzare in modo più sistemico e strategico, attraverso un vero e proprio progetto di rete da inserire nel PNRR, le enormi possibilità offerte dalle tecnologie dell’informazione e comunicazione.

*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

Argomenti:

Europa

recovery fund

turismo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *