Il prestigioso Washington Post tiene monitorate le bugie e le notizie false di Donald Trump dal giorno della sua elezione. Ad inizio 2020 ammontavano a 16.246. Un’analista indipendente ha in seguito stimato per i mesi successivi del 2020 una media di 23,3 bugie al giorno, con un incremento medio giornaliero di 0,5 bugie rispetto al 2019. Nessuno quindi può dirsi sorpreso a leggere le rivelazioni del nuovo libro di Bob Woodward (il giornalista del Washington Post che all’inizio degli anni ’70 svelò lo scandalo Watergate, che costrinse alle dimissioni l’allora presidente Richard Nixon) secondo cui il presidente sapeva perfettamente che il coronavirus era letale e che quindi ha consapevolmente ingannato gli americani, 190.000 dei quali sono fin qui morti. La copertina di Economist di quattro anni fa titolava “The post-truth world” (il mondo della post-verità) sottolineando che “la disonestà in politica non è una novità; ma il modo in cui alcuni politici ora raccontano bugie, e il caos che possono causare in questo modo, sono preoccupanti”. Christian Rocca, nell’editoriale de Linkiesta del 10 settembre ha denunciato che le “post verità e notizie false, a volte diffuse da agenti stranieri con l’obiettivo di alimentare il caos e di indebolire la società aperta, hanno fiaccato il dibattito pubblico occidentale, già traballante di suo per lo sfaldamento dei corpi intermedi della società – dai partiti ai sindacati, dai giornali alla famiglia – abbattuti in nome del progresso, della disintermediazione digitale e dell’illusione dell’uno-vale-uno e della democrazia diretta. In quattro anni, il declino di quella che un tempo si chiamava opinione pubblica è stato repentino: dalla post verità e dalle fake news si è passati a rinominare le bugie belle e buone «alternative facts», fatti alternativi, e di fronte alla verità che le smentiva è stato argomentato che «la verità non è la verità» (…)”.
In questa bolla assurda si muovono i negazionisti del Covid-19, i no vax e compagnia bella. In tale scenario agiscono i manipolatori di professione, i sofisticati “ingegneri del caos”, come li ha definiti Giuliano Da Empoli nel suo ultimo brillante libro il cui sottotitolo è “Teoria e tecnica dell’Internazionale populista”. Un caso emblematico, riportato nel libro, è la campagna per la Brexit. Oltre alle tante falsità utilizzate in quella campagna (l’invasione di 70 milioni di Turchi ecc.), si è ricorso scientificamente ai big data, mirando con messaggi ad hoc, spesso contradditori tra loro, i diversi target di elettori. Agli animalisti si è fatto credere che le regolamentazioni europee danneggiano gli animali; ai cacciatori che le regolamentazioni europee proteggono gli animali. Scrive Giuliano Da Empoli: “In termini politici, l’avvento dei Big Data può essere paragonato all’invenzione del microscopio. In passato, sulla base di messaggi sempre aleatori, i comunicatori politici prendevano di mira grandi aggregati demografici o professionali (…). Oggi, al contrario, la politica dei fisici consente di rivolgere al singolo elettore un messaggio personalizzato sulla base delle sue caratteristiche individuali”.
Questa evidente degenerazione del modo di fare politica e di rincorrere il consenso (e quindi dell’etica pubblica) è tanto più preoccupante e paradossale se confrontato con lo sforzo che fanno molte imprese, anche se non sempre sincero e coerente, di accreditarsi oggi sul piano della responsabilità sociale ed ambientale, e quindi di comunicare e praticare valori importanti verso la comunità, i consumatori, il Pianeta. Fuori dal nostro mondo occidentale, sempre più ristretto per le tendenze economiche e demografiche in corso a livello planetario, siamo circondati da regimi autoritari e liberticidi: in Russia gli oppositori di Putin vengono sistematicamente incarcerati o avvelenati; in Bielorussia un dittatore al potere da 26 anni, imbarazzante per gli stessi russi ma ugualmente sostenuto dagli stessi per ragioni geo-politiche, tiene in scacco un paese intero che non lo vuole più; in Turchia chi si oppone al disegno autoritario di Erdogan e rivendica la propria libertà di parola e pensiero finisce in carcere, talvolta pagando con la vita la propria battaglia per la difesa dei diritti umani, come è accaduto all’avvocata Ebru Timik. La Cina sta estendendo il proprio regime autoritario ad Hong Kong. Questo è il mondo in cui viviamo, dove il dissenso, l’alterità, la libertà di pensiero (che sono l’incubo dei dittatori) vengono repressi spietatamente. In tale contesto, la nostra Europa, intesa come Unione Europea, rimane uno degli ultimi presidi nel mondo in cui sono garantiti la libertà politica, personale, di espressione del proprio pensiero e fede religiosa, nonostante erosioni molto significative in senso autoritario siano avvenute anche al suo interno (vedi l’Ungheria, dove la Radio Free Europe, chiusa dopo la caduta del muro di Berlino, è stata significativamente costretta a riprendere le proprie attività, e la Polonia). Il senso più profondo dello stare insieme nell’Unione come europei è anche e soprattutto l’essere una comunità di valori e un sistema bilanciato di garanzie di libertà fondamentali, non solo un mercato unico, una moneta comune e l’importantissimo Next generation EU/Recovery Fund (209 miliardi per l’Italia). Se lo ricordi sempre chi lavora, ancora oggi, per la sua disgregazione.

*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

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