La tremenda crisi economica e sociale che si sta abbattendo sull’Italia (le stime prevedono per quest’anno un crollo del PIL tra l’8 e il 12%) colpisce un Paese praticamente fermo da 20 anni e che ancora non era ritornato ai livelli precedenti la crisi del 2008, l’unico in Europa insieme alla Grecia. Dal 2000 fino al 2018 il PIL italiano è cresciuto mediamente solo dello 0,2% ogni anno, più 4% per l’intero periodo, quando in Francia l’incremento è stato del 25,2%, in Germania del 26,5 % e in Spagna addirittura del 34,7 %. Un divario abissale.

Classe dirigente inadeguata, bassa produttività del sistema Paese, deficit infrastrutturali (trasporti, banda larga), investimenti insufficienti nell’istruzione, nella ricerca e nell’innovazione, un’evasione troppo elevata rispetto ai livelli fisiologici degli altri Paesi sono le cause principali di tale divario, che le conseguenze del Covid-19 rischiano di allargare ulteriormente. Ad esse si aggiunge, aggravandole, un sistema pubblico semi-paralizzato dalla necessità di mettere al riparo l’uso delle risorse pubbliche dalla criminalità e dalla corruzione, il cui effetto è una prassi amministrativa più orientata alla legittimità formale delle proprie azioni che ai risultati per la comunità. Il rischio di incorrere nel reato di danno erariale e di abuso di ufficio, ad esempio, paralizza le firme dei dirigenti pubblici sugli atti in grado di avviare cantieri ed opere, con il bel risultato che decine di miliardi stanziati sono spesso inutilizzati. Chiediamo giustamente solidarietà e soldi all’Unione Europea, ma ancora non abbiamo utilizzato tutti i miliardi dei fondi strutturali e di coesione della programmazione 2013-2020, spesso al Sud, proprio l’area del Paese che ne avrebbe più bisogno. È stato calcolato che i prestiti e gli aiuti a fondo perduto dell’Unione Europea all’Italia ammonteranno a circa il 15% del nostro PIL; se aggiungiamo anche gli acquisti dei nostri titoli di debito pubblico da parte della BCE, arriviamo al 30%. Grazie all’UE, abbiamo di fronte un’occasione storica senza precedenti per la modernizzazione del Paese, per ridurre i suoi profondi divari economici, sociali, tecnologici e territoriali. In fondo non ci mancherebbe nulla per riuscirci: ingegno, talento, imprenditorialità, professionalità, impareggiabili ricchezze culturali, naturali (bio-diversità) e paesaggistiche. Servono unità di intenti a tutti i livelli, una politica meno litigiosa e propagandistica, più competente e concreta, progetti e procedure veloci e trasparenti, tenuti insieme da una visione del futuro: un’Italia verde, digitale, giusta, inclusiva, in grado di dare reale spazio e responsabilità ai giovani e alle donne. La disponibilità di sole, vento, geotermia può fare dell’Italia una potenza mondiale nel settore dell’energia rinnovabile; il 50% dei 40 mila edifici scolastici non ha l’abitabilità, l’80% non rispetta le norme antisismiche; dei circa 13 milioni di abitazioni, la stragrande maggioranza è energivora e rischia di crollare sotto i colpi di un terremoto di media intensità; dobbiamo costruire nuovi ospedali e potenziare quelli esistenti; servono anche nuove carceri, per evitare la vergogna di concedere gli arresti domiciliari ai boss mafiosi e altri condannati a rischio contagio da Coivid-19: l’efficientamento energetico e l’adeguamento anti-sismico può diventare un enorme volano economico per la rinascita del nostro paese, così come la messa in sicurezza del territorio, sistemi urbani di mobilità sostenibile, la diffusione della banda larga (che è una delle vie anche per fermare lo spopolamento dei borghi). Il turismo, al momento in ginocchio, vale da noi il 12-13% del PIL; da anni risultiamo il paese più desiderato nel mondo, ma solo il sesto nella graduatoria degli arrivi internazionali. È sempre mancato un vero e proprio progetto di sistema; quando è stato predisposto, è rimasto in gran parte lettera morta. Bisogna puntare molto anche sul capitale umano: abbiamo solo il 61,7% di diplomati (contro una media europea del 78,1%) e del 19,3% di laureati (contro una media europea del 32,3%). L’istruzione è la via per la libertà e il migliore investimento per un paese, come disse Benjamin Franklin. Scienze del clima e dell’energia, economia circolare (per scindere crescita economica e sfruttamento insostenibile delle risorse naturali), intelligenza artificiale, nuove malattie e pandemie: sono i campi in cui sviluppare nuovi saperi e conoscenze specialistiche. Spagna, Portogallo, Irlanda e in seguito i nuovi stati membri dell’Europa centro-orientale sono diventati Paesi più moderni e sviluppati perché hanno saputo utilizzare al meglio i fondi europei.
Per ragioni di lavoro mi è capitato spesso di visitare la Germania orientale negli anni ’90, dopo l’unificazione. Ricordo in particolare Lipsia: la città era un gigantesco cantiere. Oggi è Rimini un esempio di ciò che dovrebbe essere l’Italia della rinascita: un cantiere continuo che senza consumo di nuovo suolo sta rendendo la città sempre più bella, verde, vivibile ed accogliente, e che avrà nella realizzazione del Parco del Mare il suo coronamento. Rimini ha avuto la fortuna di avere una classe dirigente (in primis il sindaco) che ha portato avanti con tenacia, unità d’intenti e coerenza un’idea, una visione di città. È ciò che servirebbe all’Italia.
*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

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