Nel suo ultimo libro, molto interessante e stimolante, “Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi”, il sociologo Massimiliano Panarari evidenzia come “…i neopopulismi di questi anni sono figli della post-modernità e hanno trovato anche le parole “giuste” per sfondare: aggressive, dicotomiche, spesso semplicistiche e sempre iper-semplificatrici. Espressioni finalizzate a creare incessantemente nuovi nemici (..) e falsi bersagli per distogliere l’attenzione dalla complessità dei problemi da affrontare”. L’ultimo esempio in tal senso è la sconcertante campagna aizzata dai sovranisti nostrani contro il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), ossia contro uno dei “nemici” più comodi per le campagne demagogiche dei populisti: l’Unione Europea.

Intendiamoci: l’Europa non è un luogo idilliaco da celebrare acriticamente, ma un ambito politico ed economico nel quale si scontrano interessi molto concreti, che ciascun Stato, in modo più o meno efficace, cerca di far valere. Ne volete un esempio recentissimo? La Francia, rispetto al Piano Verde proposto dalla Commissione Europea, vuole a tutti i costi che l’energia nucleare (di cui è leader in Europa) sia annoverata tra i settori in cui destinare gli ingenti investimenti green che l’UE realizzerà nel prossimo decennio. Ma un conto è la tutela dei propri legittimi interessi nazionali (ed è giustissimo che l’Italia tuteli i propri nell’ambito del negoziato per la riforma del MES, dell’Unione Bancaria e quant’altro); un altro conto, invece, è scatenare una campagna emotiva, propagandistica e fuorviante, basata sulle invettive (“Conte traditore”), falsa (“i conti correnti degli italiani sacrificati per salvare le banche tedesche”), ridicolamente muscolare (“quando arriveremo noi al governo non ci presenteremo in ginocchio al cospetto di Francia e Germania”). Chi orchestra più o meno scientificamente queste campagne demagogiche dovrebbe rendersi conto che al di là dei nostri confini vi sono altre opinioni pubbliche che sono oggetto di campagne demagogiche dello stesso tenore, ma dal contenuto opposto: i tedeschi, ad esempio, sono da decenni “educati” dai loro movimenti e media populisti all’idea che gli italiani siano degli spendaccioni inaffidabili, dediti alla bella vita al di sopra delle loro possibilità, e che mai e poi mai vi sarà la possibilità di una “comunitarizzazione” dei debiti pubblici nazionali, ossia che i singoli debiti pubblici degli Stati membri diventino il debito pubblico dell’UE in quanto tale (con relativa emissione di titoli, obbligazioni ecc.).
Di fronte alla propaganda e alla demagogia, l’unico anticorpo possibile che ciascuno di noi ha è cercare di documentarsi il più possibile e di farsi una propria opinione. Sul web consiglio di visitare il sito della Banca d’Italia www.bancaditalia.it (“MES-Domande frequenti e risposte”). Innanzitutto: cos’è il MES ? È un’organizzazione intergovernativa, istituita nel settembre 2012 il cui segretario generale attualmente è l’italiano Nicola Giammaroli, dei paesi che condividono l’euro come moneta, e ha il compito di aiutare i paesi che si trovano in difficoltà economica.
Il MES ha una dotazione di 80,5 miliardi di euro: con quasi il 27 per cento del capitale la Germania è il primo contributore, e con ogni probabilità non usufruirà mai degli aiuti. L’Italia ha una quota pari al 17,7%, che corrisponde a un capitale versato di 14,5 miliardi. Il MES può raccogliere sui mercati finanziari fino a 700 miliardi di euro. Questi soldi poi possono essere prestati agli stati in difficoltà (sottolineo: prestati, non donati a fondo perduto. Quindi anche i soldi degli italiani, qualora servissero in futuro per aiutare uno Stato membro in difficoltà, dovrebbero poi essere restituiti con gli interessi). La funzione principale del MES è soprattutto preventiva, ossia segnala ai mercati finanziari mondiali che un attacco speculativo alla zona euro sarebbe comunque destinato all’insuccesso grazie all’enorme capacità di fuoco del MES. Le decisioni nel MES vengono prese sia all’unanimità che a maggioranza qualificata calcolata in base al “peso” di ciascun Stato (il nostro Paese è il terzo contributore), per cui l’Italia avrebbe comunque la possibilità di votare contro decisioni che ledono i propri interessi nazionali.
Durante la fase negoziale del nuovo Trattato sul MES, nel giugno scorso l’allora Governo Lega-Cinque Stelle era riuscito a scongiurare il pericolo maggiore per il nostro Paese, ossia far togliere dalla bozza di Trattato una clausola che stabiliva un automatismo tra richiesta di aiuto e ristrutturazione del debito (in altre parole, una sua svalutazione con conseguente perdita del valore per i sottoscrittori dei nostri titoli pubblici). Ma rivendicare questo risultato non sarebbe stato funzionale per i sovranisti nostrani con la narrazione anti UE (il sospetto e il nemico vanno sempre alimentati e fomentati), per cui si è puntato su altro. Rimangono nel Trattato alcuni aspetti ancora critici per noi (ad esempio la così detta ponderazione dei titoli pubblici possedute dalla banche, ossia la valutazione della sostenibilità del debito che quei titoli finanziano), ma i negoziati, a volte anche duri, servono proprio a trovare dei compromessi ragionevoli.
Insomma, il dipanamento dei nodi tuttora irrisolti e la composizione di tutti i vari interessi in gioco tra i vari Stati membri dell’Eurozona andranno trovati in modo costruttivo con il proseguo dei negoziati, che dovrebbero però svilupparsi senza spargere veleni nazionalistici nell’opinione pubblica, nell’interesse di tutti, sovranisti inclusi.
*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

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