Natalini: manca un’opinione pubblica europea

Il notiziario ANSA di giovedì 30 aprile riporta che “Un operaio si avvicina al premier olandese Mark Rutte e gli dice: ‘Per favore, non date soldi agli italiani e agli spagnoli’. E lui, tra le risate, risponde: ‘No, no’, e alza il pollice. Il breve dialogo è avvenuto durante una visita di Rutte a uno stabilimento per il trattamento dei rifiuti”. Questo episodio fornisce molti spunti per comprendere l’enorme lavoro che c’è ancora da fare per creare un’Unione Europea autenticamente unita e solidale, sia a livello di stati membri che di cittadini.

Innanzitutto è del tutto evidente il pregiudizio dell’operaio olandese nei confronti degli italiani e spagnoli, in ossequio allo schema, molto grossolano, che vuole i paesi nordici operosi ed efficienti e quelli del sud spendaccioni e dediti alla bella vita. Ma qui c’è molto di più: ignoranza e disinformazione su come realmente funziona l’Unione Europea. Pesa su ciò l’assenza di mass media autenticamente europei e quindi di un’opinione pubblica europea e, soprattutto, il fatto che in ogni paese (con poche eccezioni) nessun leader politico sente fino in fondo l’UE come realtà anche sua, e quindi da difendere, ma la utilizza come bersaglio a cui contrapporsi per guadagnare consenso a livello nazionale, in un gioco miope e di cortissimo respiro. Qualcuno avrebbe dovuto spiegare a quell’operaio olandese (ma anche ai tanti disinformati del nostro paese, facile preda dei sovranisti nostrani e di mezzi di informazione spesso grossolani e superficiali) che l’Italia, insieme all’Olanda ma soprattutto a Francia, Germania e anche Belgio e Lussemburgo, è tra i fondatori dell’intero processo di costruzione dell’Unione Europea, avviato con la costituzione nel 1952 della CECA-Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Probabilmente però questo sarebbe un argomento troppo alto e astratto per l’operaio olandese e per la “pancia” dell’opinione pubblica. Già, perché il retro pensiero dello scambio di battute suddetto è che gli italiani, grazie all’UE, vivono alle spalle delle tasse pagate dagli olandesi. Nulla di più falso: l’Italia, dopo Germania e Francia, è il terzo contributore netto del bilancio UE, ossia ogni anno versa più di quanto riceve sotto forma di fondi strutturali e di coesione (ultimo dato disponibile: oltre 12 miliardi versati; circa 9,7 miliardi ricevuti). Inoltre, su oltre 248 miliardi di capitale sottoscritto dalla Banca Europea degli Investimenti (creata nel lontano 1958), l’Italia ne ha versati oltre 46, come Germania e Francia. Insomma, nella BEI abbiamo lo stesso peso specifico di tedeschi e francesi e spesso ci siamo fatti valere come principali beneficiari dei suoi finanziamenti, come nel 2019 quando abbiamo ottenuto quasi 11 miliardi dei 63 erogati dalla Banca nell’intera UE. Lo stesso vale per il MES, nel quale abbiamo versato 14 miliardi come capitale di garanzia (anche in questo caso terzi sottoscrittori dopo Germania e Francia). Non solo: nel 2011-2012, con circa 10 miliardi di euro, abbiamo contribuito al salvataggio della Grecia. Degli attuali strumenti concordati a livello UE per fronteggiare la drammatica crisi causata da Covid-19 (BCE: 1.000 miliardi di euro; SURE: 100 miliardi; BEI: 200 miliardi; MES: 240 miliardi) nessuno implica che i contribuenti olandesi (così come di altri paesi) paghino per noi. Come verrà finanziato e utilizzato l’ambizioso Recovery Plan si vedrà, ma è altamente probabile che non sarà l’operaio olandese a pagare per noi. Piuttosto è l’Olanda che, grazie ad un sistema fiscale molto particolare, è diventata una sorta di paradiso fiscale per le multinazionali (la stessa FCA ha trasferito la propria sede da Torino ad Amsterdam). Un’agenzia indipendente ha calcolato che in tal modo l’Olanda sottrae 2,7 miliardi di euro l’anno di tasse alla Francia, 1,5 all’Italia e 1,5 alla Germania. Altro che “non date soldi agli italiani e agli spagnoli”! Servirebbe a tutti i livelli più serietà, rigore, oggettività nel fare informazione e politica. Speculare all’indecoroso siparietto olandese è la gazzarra scatenata in Italia da Lega e Fratelli d’Italia sul MES, con la prima che ha presentato addirittura una mozione di sfiducia individuale contro il Ministro Gualtieri, accusato di aver avvallato il ricorso al MES. Ma di cosa stanno parlando? I dettagli del nuovo MES, privo di condizioni se utilizzato per spese sanitarie dirette e indirette, sono ancora in corso di definizione; l’Italia non è obbligata ad utilizzarlo, ma non può impedire ad altri stati di farlo. Il MES con le vecchie condizioni è già stato utilizzato da Spagna, Portogallo, Cipro e Irlanda (la Grecia fu aiutata con un accordo pre-MES tra gli stati). In conclusione: dovremmo investire più intelligenza, tempo e risorse per formare correttamente un’autentica opinione pubblica europea in cui la facile demagogia abbia sempre meno spazio. In parallelo, dovremmo contribuire all’emergere di autentici leader politici europei di una statura comparabile a quelli del secondo dopoguerra (Schuman, Adenauer, De Gasperi). Nell’attuale crisi sanitaria, economica e sociale potrebbe sembrare un problema secondario. Non è così; dalle macerie della seconda guerra mondiale è nato il progetto di un’Europa unita. La CEE giocò un ruolo fondamentale nella rinascita economica dell’Italia e degli altri paesi distrutti dalla guerra (in primis la Germania). Lo stesso può avvenire anche oggi. L’arrivo veloce di prestiti e soldi a fondo perduto sui conti correnti dei singoli e delle imprese, la realizzazione di grandi progetti europei di investimento sui beni pubblici e il rilancio dell’unità europea sono diverse facce della stessa medaglia.

*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

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