Natalini. Lezioni utili per il dopo pandemia

La pandemia da Covid-19, nella quale siamo ancora immersi, ci fornisce alcune lezioni da tenere bene a mente per il dopo:

1) il passaggio millenario dei virus dagli animali all’uomo (la virologa Ilaria Capua ci ricorda spesso la vicenda del morbillo di origine bovina) è oggi accelerato dal degrado ambientale e dal diffondersi di megalopoli, soprattutto in Cina, che ospitano al loro interno pratiche sociali tipiche dei villaggi rurali quali il commercio di animali vivi in pessime condizioni igieniche, veri e propri incubatori della trasmissione animale-uomo dei virus.

L’ultra-modernità del turbo-capitalismo cinese convive con spaventose sacche di arretratezza. Poiché negli ultimi 20 anni si sono ripetuti gli episodi di epidemie e pandemie nate dalla trasmissione animale-uomo di virus (Sars, Mers, febbre suina), la comunità internazionale dovrebbe stringere accordi per adottare concrete misure di prevenzione: far rispettare, ad esempio, regole di igiene adeguate e stringenti nei mercati di animali vivi (o vietarli del tutto); arrestare la deforestazione indiscriminata, che spesso significa violare da parte dell’uomo delicati habitat millenari da cui fuoriescono nuovi virus, con esiti potenzialmente molto pericolosi per la nostra specie;

2) la politica del “prima noi” (“America first”, con il vergognoso “sottoprodotto” del tentativo, mai smentito, da parte di Donald Trump di assicurarsi l’esclusiva di un vaccino contro il Covid-19 presso un laboratorio tedesco; “prima gli italiani”, “prima gli ungheresi” “gli austriaci”, “gli svedesi”,” i finlandesi” ecc.) ha rivelato tutta la sua pochezza e inadeguatezza di fronte alle sfide globali di un mondo contemporaneo sempre più interdipendente e interconnesso. Servirebbe un governo mondiale, o perlomeno un coordinamento internazionale, del Pianeta Terra per prevenire e fronteggiare le pandemie nonché combattere il cambiamento climatico. Non esiste un Pianeta B; abbiamo solo questo, e il nostro destino è comune. L’innalzamento dei muri, la chiusura dei confini sono tutti palliativi. Basta una persona infettata a generare la spirale del contagio, come abbiamo visto;

3) l’importanza insita nell’esistenza dell’Unione Europea, pur nella sua perenne incompiutezza dovuta al fatto che non è ancora una federazione di Stati con un vero e proprio governo europeo, un ministro della salute europeo ecc., ma un ibrido tra istituzioni propriamente comunitarie (Commissione, Parlamento, Corte di Giustizia, BCE; quest’ultima è indipendente, come tutte le banche centrali) e il livello intergovernativo, nel quale gli stati membri generalmente si oppongono ad una più profonda integrazione europea e difendono i propri interessi egoistici nazionali. Ebbene, proviamo per un attimo ad immaginare se in Italia avessero prevalsero i “no euro” e i fautori dell’uscita dell’Italia dall’UE (“godo” aveva twittato il leghista Claudio Borghi alla vittoria netta del pro-Brexit Boris Johnson alle ultime elezioni nel Regno Unito). L’Italia della lira, con 2.443 miliardi di euro debito pubblico al 31 gennaio 2020 (fonte: Banca d’Italia) e l’ulteriore deficit da fare per coprire le misure del Decreto “Cura Italia” (più quelle preannunciate per il mese di aprile), sarebbe travolta dalle speculazioni finanziarie internazionali e dalla mancanza di finanziatori del nostro debito pubblico, con esiti catastrofici sul piano finanziario, economico, sociale. L’UE, per un paese estremamente indebitato come il nostro e che quest’anno rischia un crollo enorme del PIL, è un ombrello protettivo, la nostra garanzia per poter ottenere credito nei mercati finanziari internazionali.

4) la centralità della spesa pubblica per la sanità e suoi presidi ospedalieri e territoriali (i due fronti attuali di guerra al Covid-19), in un paese come l’Italia secondo al mondo solo dopo il Giappone per età media della popolazione. Secondo dati del Ministero della Salute, tale spesa è passata a prezzi correnti da 71,3 miliardi di euro del 2001 a 114, 5 miliardi di euro del 2019, ma ricalcolata al netto dell’inflazione essa in realtà è costantemente diminuita e oggi si colloca, in termini di percentuale del PIL (8,9%), al di sotto della media UE (9,6%). Tutto ciò si è tradotto in 70.000 posti letto in meno e 359 reparti chiusi.

*Esperto di istituzioni, politiche

e programmi dell’UE

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