Ben 230 anni fa, nel 1790, negli allora appena nati Stati Uniti d’America, il giovanissimo Ministro del Tesoro Alexander Hamilton convinse i singoli Stati americani, assai riottosi al riguardo, a mettere in comune i propri debiti contratti per la guerra d’indipendenza contro la Gran Bretagna, trasferendoli al nuovo governo federale. Quell’accordo straordinario, che fu sottoscritto dagli Stati con pochi debiti o che li avevano già pagati (Virginia e altri stati del sud) e quelli che non erano assolutamente in grado di pagarli, è ancora oggi considerato in America come il vero atto fondativo degli Stati Uniti d’America e della sua successiva prosperità e potenza.

La storia dirà se il tumultuoso Consiglio Europeo del 16-20 luglio, conclusosi con l’approvazione del Next Generation EU/Recovery Plan da 750 miliardi di euro, segnerà una tappa fondamentale verso la creazione degli Stati Uniti d’Europa oppure se si tratterà solo di una fase temporanea. Al di là delle cifre contabili e della ripartizione tra sussidi a fondo perduto (390 miliardi di euro) e prestiti (360 miliardi di euro), va colta l’enorme novità politica rappresentata dal fatto che per la prima volta nella storia dell’UE (e dell’Europa in quanto tale) 27 stati sovrani “autorizzano la Commissione Europea a contrarre prestiti per conto dell’Unione sul mercato dei capitali”. Un decennio fa la Grecia si poteva salvare dal dissesto finanziario con poche decine di miliardi; fu la Merkel ad opporsi al piano di salvataggio per non correre il rischio di perdere le imminenti elezioni regionali. Il salvataggio della Grecia è poi costato 320 miliardi di euro. Nonostante le incertezze iniziali, questa volta la risposta è stata di segno esattamente opposto e l’asse che si è creato tra Germania, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e altri è riuscito a far prevalere una visione solidale dell’Europa, in cui i singoli interessi nazionali si sposano perfettamente con quelli europei e viceversa. L’aspro scontro che si è verificato nel vertice di Bruxelles è stato la cartina di tornasole delle diverse visioni dell’Europa che coesistono tra i diversi stati membri: una visione prevalentemente commerciale, utilitaristica ed intergovernativa, priva di qualsiasi ambizione politica per l’UE (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia, con gli ultimi tre fondamentalmente interessati a preservare il proprio modello di stato sociale, peraltro messo duramente alla prova dagli errori compiuti dal governo svedese nella gestione della pandemia); una visione opportunistica dell’UE (Ungheria e Polonia, seguiti anche da Cechia e Slovacchia) a cui fondamentalmente interessano solo i Fondi Strutturali e di Coesione dell’UE, e il nucleo comunitario storico del processo di integrazione europea (Germania, Francia, Italia, più Spagna, Portogallo e altri), che punta, seppure in modo non sempre costante e lineare, ad un ruolo politico più ambizioso ed incisivo dell’Unione, in cui prevalga l’anima comunitaria rispetto a quella intergovernativa. Queste diverse visioni, fortemente condizionate nei rispettivi paesi dalle destre sovraniste e nazionaliste (le prese di posizione contro l’Italia del premier olandese Rutte erano e sono funzionali anche alle elezioni nazionali della prossima primavera), renderanno sempre complesso, lento, tortuoso il processo decisionale fino a quando le decisioni su questioni chiave (quale quelle in materia fiscale, quindi di bilancio) all’interno del Consiglio Europeo dovranno essere prese all’unanimità. In ogni caso, l’attivazione di un debito comune a livello di Unione renderà sempre più sensibili e attenti i governi nazionali e le rispettive opinioni pubbliche su come tale debito verrà utilizzato, per fare che cosa e in che tempi. Dobbiamo essere consapevoli che l’Italia, a cui è destinato il 28% dell’intero recovery plan, sarà al centro dell’attenzione politica e mediatica in Europa. Sarebbe sbagliato considerare quell’attenzione come un’indebita intrusione. Anzi, potrebbe essere il germe per la formazione di un’autentica opinione pubblica europea, di cui si sente la mancanza. Nelle conclusioni del Consiglio c’è scritto che Next Generation EU è una risposta eccezionale e temporanea, circoscritta nelle sue dimensioni, durata e scopo. Al contempo, però, il debito comune contratto a livello europeo sarà estinguibile in 30 anni (a tassi bassissimi, data la Tripla AAA di cui gode il bilancio Commissione Europea). Si apre, pertanto, una fase molto interessante nella storia dell’Europa, in cui quello che è accaduto nelle ultime settimane può essere il lievito di un’Europa sempre più unita e politica oppure una semplice parentesi al termine della quale ritorneranno le spinte centrifughe e disgregatrici sempre all’opera.
*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

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