Il faticoso accordo raggiunto sul Next generation EU/Recovery fund al recente Consiglio Europeo ha sicuramente spiazzato le destre nazionaliste nei vari stati membri dell’UE, ma sarebbe illusorio pensare che le spinte che puntano alla disunione e alla disgregazione dell’Unione Europea siano definitivamente sconfitte. Le leadership più consapevolmente europeiste dovrebbero essere in grado di saldare gli aiuti alle economie e società più pesantemente colpite dalla pandemia con un ambizioso disegno di riforma dell’Unione Europea.

Nel secondo dopoguerra alle popolazioni affamate, provate dal lungo conflitto e dalle devastazioni morali e materiali, leader politici lungimiranti seppero offrire una risposta alle necessità immediate, unendola ad una prospettiva storica (l’Europa unita). Oggi il programma di sussidi e prestiti da 750 miliardi deve essere accompagnato da un parallelo processo di riforma dell’UE, il cui assetto attuale è costruito principalmente attorno al cardine della stabilità finanziaria (i famosi parametri di Maastricht sul patto di stabilità, momentaneamente sospesi, così come le limitazioni agli aiuti di stato, anch’essi sospesi). Si riflette in ciò l’impostazione imposta dalla Germania, ossessionata dal controllo dell’inflazione, memore della terribile esperienza del 1923 quando si arrivò al punto che ai tedeschi di allora serviva una carriola di marchi per comprare un pacchetto di burro. Se si analizza il Trattato di Funzionamento dell’UE e lo statuto della Banca Centrale Europea (che significativamente ha tra i suoi obiettivi la stabilità dei prezzi, mentre la Federal Reserve americana quello della piena occupazione), ci si rende conto che l’assetto delle norme e istituzioni dell’UE è stato pensato prevalentemente per un’economia trainata dal mercato e dalla globalizzazione, mentre appaiono meno robusti e adeguati gli strumenti per fronteggiare le crisi attraverso interventi pubblici. Questa situazione era già chiara dopo la crisi del 2008-2009. Mario Draghi, con il suo famoso “whatever it takes”, seppe genialmente utilizzare lo spazio di manovra che gli era consentito dallo statuto della BCE per varare un massiccio programma di acquisti dei titoli del debito pubblico per immettere nel sistema una massa enorme di denaro al fine di portare l’inflazione al 2% (considerato come livello ottimale per la stabilità dei prezzi). Christine Lagarde si sta muovendo sullo stesso solco, ed è la BCE che sta salvando l’Italia dalla bancarotta. È chiaro però che non si dovrebbe procedere per pertugi o vincoli sospesi, ma rendere l’attuale crisi un’occasione storica per una nuova fase costituente dell’UE. La conferenza sul futuro dell’Europa, che si aprirà a fine anno, sarà un’opportunità da sfruttare fino in fondo, anche per incalzare i nazionalisti e sovranisti sulle loro contraddizioni. La Lega, ad esempio, plaude l’attività della BCE (mentre è molto scettica sul recovery fund), ma nel suo programma ufficiale e nelle prese di posizione di Salvini si delinea un ritorno dell’UE allo status precedente al Trattato di Maastricht, quindi senza euro e senza BCE. Gli italiani devono essere consapevoli che senza euro e senza BCE l’Italia sarebbe alla deriva. Nessuno in Europa e nel mondo darebbe credito alla lira; il valore dei patrimoni finanziari ed immobiliari degli italiani avrebbe una caduta verticale e tutti saremmo più poveri, peggiorando ulteriormente e gravemente le condizioni soprattutto della classe media. Lo sa anche Salvini, ma lo storytelling anti-UE gli è utile per raccattare qualche voto. Secondo David Parenzo, nel suo brillante libro “I Falsari”, nella narrazione salviniana Bruxelles ha sostituito la “Roma ladrona” di Bossi; bisogna sempre inventarsi un nemico per parlare alla pancia del proprio elettorato. Più serio mi sembra il progetto di Giorgia Meloni, il cui ragionamento è: l’Europa si occupi delle questioni importanti (difesa e politica estera comune), ri-trasferendo agli stati nazionali tutto il resto. E’ un disegno molto chiaro, che però butterebbe a mare l’Unione Europea che c’è (pur con tutti i suoi limiti e difetti), per un’Europa tutta da costruire (ricordiamoci sempre che ogni modifica dei Trattati esistenti deve essere ratificata dai Parlamenti nazionali, e talvolta anche attraverso referendum popolari). Molto simpatico, ma poco serio, appare il disegno dell’ex-padano e ex-grillino Gianluigi Paragone e del suo movimento “Italexit”, a cui la panacea di tutti i mali sembra una ritrovata sovranità monetaria del nostro Paese, ossia una Banca d’Italia che stampa all’infinito le lire da distribuire agli italiani in difficoltà, con la concreta prospettiva di trovarci in tasca una moneta che vale poco o nulla e un’inflazione al 20-30%, e forse più.

*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

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