Natalini. L’UE c’è, ora tocca all’Italia

Con il superamento del veto dei governi di Polonia e Ungheria al bilancio pluriennale 2021-2027 dell’UE e al Next Generation EU, il cui utilizzo è stato subordinato al rispetto dello stato di diritto da parte degli stati membri, come europei abbiamo ora disponibili strumenti finanziari poderosi ed adeguati per fronteggiare la crisi sanitaria ed economico-sociale. Certo, adesso il bilancio pluriennale e NGEU dovranno essere approvati dai 27 parlamenti nazionali, ma il senso di responsabilità a cospetto delle centinaia di migliaia di vittime in tutta Europa dovrebbe metterci al riparo da spiacevoli sorprese anche in Paesi, come l’Olanda, che rinnoveranno il proprio Parlamento nazionale nel marzo 2021.

Se si riuscirà a realizzare un disegno comune di ricostruzione e rilancio post-Covid, l’UE avrà fatto un passo importante verso un approdo di tipo federalista, che era il sogno dei suoi padri fondatori e che farebbe dell’Europa una protagonista di prima grandezza nel mondo bipolare dominato dalla competizione tra USA e Cina. Ha un valore simbolico importante, in tale contesto, il fatto che la campagna di vaccinazioni in Europa comincerà nello stesso giorno, sotto il coordinamento della Commissione Europea. L’Unione Europea, con le positive conclusioni del Consiglio Europeo del 9-10 dicembre, ha messo a disposizione dei suoi cittadini e imprese altri 1.250 miliardi di euro, portando il totale degli stanziamenti a sostegno della ripresa a 3.140 miliardi di euro per i prossimi 6 anni. Di essi fanno parte i 1.850 miliardi stanziati dalla Banca Centrale Europea fino al 2022, che consentiranno di acquistare oltre due terzi delle emissioni di debito sovrano, facendo da stampella ai maxi-debiti degli stati e garantendo al tempo stesso una circolazione di liquidità nel sistema. Il debito pubblico a fine anno, infatti, sarà esploso in tutta Europa: la Germania salirà dal 65% all’85% del PIL; la Francia dal 98 al 115%, il Portogallo arriverà al 131%, mentre l’Italia, toccando il 159,6%, supererà il 158,8% toccato nel 1919, al termine della Prima Guerra Mondiale. A questi debiti, poi, dovrà essere aggiunta la parte a prestito del Next Generation EU, basata su titoli europei comuni di durata trentennale, a partire dal 2028 con scadenza al 2058. Insomma, è debito che lasceremo ai nostri figli e nipoti. Per questo le risorse andranno utilizzate bene, non sprecate, per creare una reale crescita sostenibile e inclusiva, trainata dalla transizione ecologica-energetica e digitale. In tale contesto, per i mercati finanziari internazionali il debito pubblico italiano paradossalmente è più sostenibile adesso rispetto all’anno scorso, perché è sostenuto dai massicci interventi dell’Unione Europea e della Banca Centrale Europea, che a fine 2020 avrà acquistato oltre 170 miliardi di titoli italiani, pari all’intero deficit di quest’anno. Lo tengano bene a mente i sovranisti nostrani. Senza questo ombrello protettivo, l’Italia sarebbe alla bancarotta, e con essa i risparmi e i patrimoni mobiliari e immobiliari degli italiani. Dei 750 miliardi di euro del Next Generation EU, la quota di aiuti e prestiti assegnata all’Italia ammonta a 209 miliardi, oltre il 27%, quando la nostra popolazione è poco più del 13% dell’intera UE. È una cifra enorme, destinata ad un Paese nel quale molte regioni non sono fin qui riuscite a spendere le risorse ordinarie messe a disposizione dall’UE attraverso i Fondi Strutturali e di Coesione. Un Paese, inoltre, segnato da frodi e utilizzi spesso improduttivi di tali risorse. Arriviamo ad un appuntamento decisivo per la nostra storia (con quelle risorse si può davvero dare una spinta decisiva per fare dell’Italia un Paese più giusto e coeso socialmente e territorialmente, verde, digitale, prospero, all’avanguardia in molti settori), con un sistema politico ed istituzionale sfilacciato, litigioso, caotico, laddove ci sarebbe invece bisogno di unità, chiarezza, linearità nelle scelte e nei comportamenti. Probabilmente sarà la nostra ultima occasione per arrestare ed invertire il nostro lento ma inesorabile declino. In tale contesto, i progetti da presentare e finanziare si intrecciano con la capacità di implementazione e di monitoraggio del nostro sistema politico ed amministrativo. Mi auguro che nel governo e nel parlamento si trovino le soluzioni migliori, se necessario copiando le best practices adottate negli altri Paesi, consapevoli però che nessuno di loro è chiamato a gestire un ammontare di risorse europee paragonabile al nostro. Non si tratta di istituire tecnostrutture sostitutive dei ministeri, ma sicuramente qualcosa di nuovo va previsto, proprio a fronte delle pessime capacità implementative fin qui dimostrate da parti rilevantissime del nostro sistema politico e amministrativo.
*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

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