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Come previsto, mercoledì scorso la Commissione Europea ha presentato il suo piano per la rinascita. Emblematicamente è stato chiamato “Next generation EU”, che possiamo interpretare in due modi: un’UE di nuova generazione oppure l’Unione Europea per la prossima generazione, ossia per i giovani, per il futuro. Si tratta di 750 miliardi di euro, di cui 500 a fondo perduto (ho già ricordato sabato scorso che l’ammontare del celebre Piano Marshall a valori attuali ammonterebbe a 128 miliardi di euro, ossia appena il 25% della proposta della Commissione) e 250 miliardi di prestiti da rimborsare a lungo termine.

L’Italia, come paese più colpito dalla pandemia, con 172 miliardi (di cui 81 a fondo perduto) sarebbe il massimo beneficiario del sostegno europeo, seguito dalla Spagna (140 miliardi, di cui 77 a fondo perduto), dalla Francia (38 miliardi a fondo perduto), dalla Germania (28 miliardi a fondo perduto) e poi tutti gli altri. Questi 750 miliardi di €euro sarebbero aggiuntivi rispetto al bilancio pluriennale 2021-2027 dell’Unione Europea e verrebbero finanziati ricorrendo ai mercati finanziari, senza alcuna difficoltà godendo il bilancio UE del rating più elevato di affidabilità (la tripla A). Il piano della Commissione Europea prevede che la restituzione di questi fondi avvenga tra il 2028 e il 2058, attraverso un leggero aumento dei contributi nazionali al bilancio UE e l’incremento delle entrate proprie dell’UE mediante una tassazione sulle emissioni di CO2, sui colossi del web, sulla plastica. La creazione di un’Europa verde, digitale, inclusiva, in cui nessuno sia lasciato solo, sono le stelle polari della proposta europea. Anche al fine di tranquillizzare i cosi detti paesi frugali e le loro opinioni pubbliche, molto sensibili al tema di non elargire aiuti a fondo perduto ai “paesi spendaccioni del sud”, la Commissione Europea ha precisato che “Next generation EU” è un’iniziativa una tantum, temporanea, per fronteggiare una crisi senza precedenti; non prefigura l’istituzione di un “ministero del tesoro europeo”, che sarebbe un passo decisivo (accanto alla creazione di forze armate europee e di una politica estera comune) verso l’Europa federale, che è l’entità politica di cui noi europei avremmo in realtà bisogno per esercitare un ruolo determinante nel mondo contemporaneo. Si tratta, tuttavia, di un vero e proprio passaggio d’epoca, impensabile solo fino a poche settimane fa. Fin dall’origine, il processo di integrazione europea è stato ispirato dal metodo di Jean Monnet: la creazione di solidarietà di fatto tra gli europei, di cui “Next generation EU” costituisce un ulteriore enorme passo in avanti. Siamo solo però a metà del guado, perché la proposta della Commissione Europea dovrà essere approvata all’unanimità dal Consiglio Europeo (ossia dai governi nazionali) e poi dai Parlamenti nazionali. La linea di scontro nei singoli paesi sarà tra europeisti e nazionalisti di destra; in particolare Angela Merkel dovrà fare i conti con l’estrema destra di Alternative fuer Deutchland (gli alleati di Salvini), che tuonerà contro i soldi dei contribuenti tedeschi che finiscono agli italiani e agli spagnoli, ma reazioni analoghe si registreranno in tutti gli altri stati membri dell’UE che sono contributori netti (ossia versano più di quello che ricevono) verso il bilancio europeo. E’ già emersa con chiarezza, però, anche una linea di scontro tra i governi nazionali in quanto tali, che attraversa trasversalmente tutte le famiglie politiche europee: i capi di governo di Danimarca e Svezia appartengono al Partito Socialista Europeo; quello olandese (Rutte) fa parte della famiglia europea di Macron; il cancelliere austriaco Kurz è un popolare, come la Merkel. Questi quattro paesi, pur riconoscendo nel loro documento congiunto di alcuni giorni fa l’eccezionalità della crisi determinata dalla pandemia, sono i più tenaci oppositori all’elargizione di aiuti a fondo perduto ai paesi più colpiti; vorrebbero fossero limitati a prestiti, condizionati a riforme. Accanto a miopia politica ed egoismo, nel loro documento però appaiono delle preoccupazioni sacrosante, come ad esempio la lotta alle frodi nell’utilizzo dei fondi comunitari attraverso il potenziamento del ruolo della Corte dei Conti europea e dell’OLAF (l’Ufficio Europeo per la lotta anti-frode), che come italiani dobbiamo assumere come richiamo per un uso più efficiente, trasparente e legale delle risorse finanziarie europee, specialmente al sud. Il durissimo negoziato che si preannuncia porterà sicuramente ad un compromesso, che non sappiamo quanto al ribasso rispetto alla proposta della Commissione Europea. La Svezia esporta verso il mercato unico europeo il 59,5% del suo export totale; la Danimarca il 61%, Austria e Olanda addirittura il 71,4% e il 74,4%. Questi Paesi sono enormemente integrati nel mercato unico europeo, dipendono dal suo buon funzionamento e quindi hanno concreti interessi materiali, al di là delle valutazioni dei loro leader politici e delle percezioni delle proprie opinioni pubbliche, che rendono convenienti anche per loro la rinascita dell’economia nei paesi più colpiti dal Covid-19. Altrimenti chi comprerà i loro prodotti e servizi? Nella prova più difficile per l’Europa, Germania e Francia si sono rivelati ancora una volta i più stretti alleati dell’Italia (e della Spagna). Come sistema Paese dobbiamo attrezzarci per meritarci questa nuova apertura di credito e per saper utilizzare le ingenti risorse che comunque verranno stanziate per noi per realizzare quelle profonde riforme e innovazioni di cui abbiamo bisogno. Cito solo un esempio: in Spagna per realizzare un impianto eolico (la transizione energetica è un pilastro delle politiche europee per in green new deal) servono 3 autorizzazioni; in Italia 17. Non ce lo possiamo più permettere.
*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE.

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