Nei giorni scorsi il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) ha pubblicato il formulario con cui gli Stati membri dell’UE possono richiedere gli aiuti della nuova linea di credito. L’eventuale contratto di finanziamento sarà siglato tra governo interessato e la Commissione Europea che agisce per conto del MES medesimo. È diviso in tre paragrafi: il primo ricorda che “la sola condizione per accedere alla linea di credito è che gli Stati che chiedono il sostegno si impegnano ad usarlo per sostenere il finanziamento dei costi diretti e indiretti di sanità, cura e prevenzione, legati alla crisi del COVID-19”.

Il secondo paragrafo definisce i contorni delle spese sanitarie coperte dagli aiuti, ma senza definirle nel dettaglio, mentre il terzo è ad uso degli Stati che chiederanno gli aiuti, perché è qui che dovranno essere elencate tutte le spese da coprire: le spese per gli ospedali (non solo i nuovi, ma anche il potenziamento di quelli esistenti), i centri di cura e riabilitativi, gli ambulatori, la diagnostica, la farmaceutica, la prevenzione, l’amministrazione sanitaria e le cure a lungo termine. Insomma, il potenziamento delle terapie intensive e della medicina del territorio (alcuni degli obiettivi principali del piano sanitario del nostro Paese, anche in vista di una possibile ripresa nei prossimi mesi della pandemia) potrebbe essere finanziato con il MES. Nei giorni scorsi l’Accademia dei Lincei, nel documento “La crisi Covid e la possibile svolta per l’Ue”, ha definito il MES “un vantaggio in termini di risparmio di interessi troppo cospicuo per rinunciarvi”. Rispetto a un tasso sui Btp decennali italiani pari all’1,83% (calcolato all’8 maggio), il ricorso al MES (le cui condizioni sono un tasso dello 0,1% l’anno, praticamente zero, per 10 anni) assicura un risparmio sul tasso di interesse pari allo 1,73% annuo, ossia, su un finanziamento di 36 miliardi, fino a più di 600 milioni di euro annui, che cumulati su dieci anni rappresentano un vantaggio troppo cospicuo per rinunciarvi (6 miliardi il potenziale risparmio). L’Italia, qualora facesse ricorso al MES, utilizzerebbe una cifra probabilmente inferiore alla somma che le spetta, però il risparmio relativo rispetto ai Btp sarebbe comunque molto rilevante. Qualche economista e i politici sovranisti agitano il dubbio di che cosa succederà all’Italia, ossia ad un Paese che si troverà con un deficit e un debito pubblico ancora più enormi per effetto della pandemia, una volta che cesserà la sospensione dei parametri europei sui vincoli di bilancio. La soluzione a questo problema non è la rinuncia al MES per ricorrere a titoli di debito pubblico ancora più onerosi (che aggraverebbero ulteriormente le condizioni della nostra finanza pubblica), ma l’adozione di una vera strategia post-Covid 19 di crescita verde e sostenibile in grado di creare innovazione e lavoro e quindi una riduzione sia del deficit che del debito pubblico nel medio-lungo periodo. L’insieme delle nostre amministrazioni pubbliche (stato, regioni, province, comuni) dovrà attrezzarsi culturalmente ed operativamente per promuovere la nuova economia da costruire (digitale e verde). Non è solo un problema di quantità di risorse finanziarie pubbliche stanziate; bisogna poi essere in grado di utilizzarle bene, velocemente ed efficacemente, come peraltro sta dimostrando la vicenda dei sostegni a famiglie e imprese di queste settimane. In ogni ciclo di programmazione finanziaria dell’UE (gli ultimi due: 2007-2014; 2014-2020) alcune regioni italiane, soprattutto al sud, non sono riuscite a spendere tutti gli ingenti fondi strutturali e di coesione a loro destinati. È un lusso che non ci possiamo più permettere. Nell’utilizzo del MES, di SURE, del prossimo Recovery Plan da 1.000 miliardi di euro, dei futuri fondi strutturali e di coesione per il periodo 2021-2027, il sistema Italia deve primeggiare in Europa. Quando ci impegniamo seriamente, riusciamo a farlo: l’Italia è stata la prima in Europa nel ricorso ai prestiti della BEI nel periodo 2015-2019; su oltre 300 miliardi, 48 sono stati destinati all’Italia per finanziare PMI e infrastrutture, tra cui il Porto di Ravenna. Primeggiamo per numero di progetti finanziati da programmi quali LIFE (il programma ambientale dell’UE), dalla Cooperazione Territoriale Europea, da HORIZON 2020 (ricerca). Chi vuole bene all’Italia e agli italiani non deve passare il suo tempo a sparare cazzate, per usare un termine elegante, anti-UE, ma a formare cittadini, amministratori pubblici, professionisti e imprenditori coscienti di essere parte attiva dell’UE (l’Europa siamo anche noi) e, nel contempo, in grado di utilizzare al meglio le numerose opportunità che offre.
*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

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