Quando leggiamo comunicati e articoli di stampa relativi agli avanzi di bilancio dei nostri comuni e della Provincia la prima reazione spontanea di molti di noi è: ma come sono stati bravi, parsimoniosi e prudenti (“buona gestione”) i nostri amministratori! Si riflette in ciò l’enorme propensione al risparmio degli italiani (con oltre 4 mila miliardi di euro€ siamo tra i primi al mondo) e quindi una psicologia diffusa. Ma è la reazione giusta? Un ente pubblico non è un’azienda privata, la cui missione principale è generare profitti, quindi avere più ricavi rispetto ai costi.

L’efficacia e l’efficienza dell’azione di un ente pubblico dovrebbe misurarsi sulla quantità e qualità dei servizi resi ai propri cittadini, sulla vivibilità e attrattività complessiva della propria città. Ogni euro stanziato e non speso sottrae qualcosa alla comunità. È con questo metro di giudizio che, a mio avviso, andrebbe valutato il rendiconto finanziario del Comune di Riccione che chiude il 2019 con un avanzo di gestione di 15 milioni e 712 mila euro, in netto aumento rispetto agli anni precedenti (11 milioni e 769 mila nel 2017; 13 milioni e 200 nel 2018). Lo stesso giudizio vale per il Comune di Misano, che ha chiuso il 2019 con un avanzo di bilancio di 2 milioni di €, la Provincia di Rimini (10,5 milioni di euro, di cui 4.5 di “avanzo libero”, che potrà essere utilizzato, assicura la Provincia medesima, per mantenere in equilibrio il bilancio e per nuovi investimenti, in primis per interventi di edilizia scolastica e per la rete di viabilità provinciale), il Comune di Verucchio, con un avanzo di gestione di 2,5 milioni di euro, e, infine, il Comune di Cattolica (quasi 3,7 milioni di euro). A fronte di questi dati, i casi sono due: o questi enti dispongono di più risorse finanziarie rispetto alle necessità dei propri territori e comunità (allora andrebbe ridotta la pressione tributaria e tariffaria rispetto ai cittadini e imprese e/o ridotti i trasferimenti dallo stato), oppure vi è una carenza sistemica nella capacità di progettazione e implementazione dell’azione pubblica (erogazione dei servizi, realizzazione degli investimenti).
Il microcosmo riminese è specchio di una situazione più generale, che riguarda il sistema Italia e la capacità della Pubblica Amministrazione di impiegare al meglio le risorse finanziarie disponibili, nazionali ed europee. Nel recente Documento della Corte dei conti per l’Audizione dinanzi alla 14ª Commissione affari europei del Senato su “I rapporti finanziari con l’Unione europea e l’utilizzazione dei Fondi europei” si può leggere: “l’implementazione della politica di coesione europea ha dunque manifestato diverse criticità: 1) mancanza di addizionalità; 2) diluizione nel tempo di interventi che avrebbero dovuto vedere la luce ben prima, per cui gli esiti di sviluppo sono rinviati; 3) mancata fruizione dei beni e servizi da parte delle collettività territoriali cui gli investimenti erano destinati; 4) scarsa attenzione al valore aggiunto europeo; 5) sottrazione di fondi (ancorché in principio solo temporanea) proprio rispetto a quei territori (del Meridione) dove essi sarebbero stati maggiormente necessari” .
Le considerazioni suddette riguardavano la programmazione comunitaria 2007-2013, mentre per l’attuale ciclo di programmazione 2014-2020 la Corte sottolinea che “….alla fine del 2018, su un totale programmato di 53,3 miliardi, si registravano impegni per circa 23 miliardi e pagamenti per 10,7 miliardi, con percentuali sul programmato pari, rispettivamente al 43,3 e al 20,2 per cento. Tali importi, al 31 ottobre 2019, sono diventati 28,9 miliardi (54,3%) per quanto riguarda gli impegni e 14,3 miliardi (26,9% sul programmato) per quanto riguarda i pagamenti”. Per la Corte dei Conti se il trend di crescita restasse nell’ordine degli incrementi percentuali a una cifra, per buona parte dei PO e dei POR (i Programmi Operativi Nazionali-PON e i Programmi Operativi Regionali-POR sono gli strumenti attraverso cui i fondi europei a gestione indiretta sono utilizzati a livello nazionale) potrebbe esserci il rischio di non riuscire ad assumere tutti gli impegni entro la fine del 2020, termine ultimo utile per impegnare, dopo aver selezionato i progetti, tutti i fondi disponibili per il nostro Paese.
Nei dati locali e nazionali emerge uno dei tanti paradossi del nostro Paese: ci siamo battuti duramente e giustamente in Europa per il Recovery Fund (209 miliardi destinati all’Italia), mentre non riusciamo a spendere in modo efficace le risorse finanziarie europee già disponibili. La politica si è appropriata delle tecniche del marketing; dovrebbe fare uno sforzo per adottare i principi del management, ossia di come e quando fare le cose e di come monitorare i risultati delle proprie azioni.
*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

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