Sui media italiani non ha avuto l’attenzione che meritava, ma domenica 27 settembre si è tenuto in Svizzera l’ennesimo referendum, promosso da un partito di destra, sulla limitazione dell’accesso nel paese dei cosiddetti migranti economici, che sono in gran parte italiani. La Svizzera, pur non essendo membro dell’UE, ha aderito ad alcuni dei suoi principi fondamentali, come la libera circolazione delle persone (Trattato di Schengen). Ciò significa che i cittadini dell’UE oggi possono vivere e lavorare in Svizzera (Paese che aderisce anche al mercato unico europeo) e viceversa per i cittadini svizzeri in altri Paesi dell’Unione (in 460.000 vivono nell’UE).

Attualmente, quasi il 25% degli abitanti, ossia 2,1 milioni di persone residenti in Svizzera, sono stranieri, di cui la maggioranza (1,4 milioni di persone) proviene dall’Unione Europea (soprattutto dall’Italia) e dal Regno Unito. Il quesito referendario, che di fatto puntava a limitare agli stranieri i posti di lavoro, è stato respinto dal 62% dei votanti. Meglio così, per noi italiani, per la Svizzera e per l’intera Unione Europea. Michele Brambilla, sul Quotidiano.net, ricorda che per una curiosa coincidenza, sabato scorso a Ferrara il Premio Estense è stato vinto (ex aequo con Pablo Trincia, autore di “Veleno“) da Concetto Vecchio, un giornalista che ha rievocato una storia di cui s’era persa la memoria: quella di un referendum indetto nel 1970, sempre in Svizzera, per espellere 300.000 stranieri, quasi tutti italiani. Il libro, edito da Feltrinelli, ha un titolo molto chiaro ed inequivocabile: Cacciateli! Quel referendum era stato promosso da un editore di Zurigo, James Schwarzenbach, molto diverso, almeno esteriormente, rispetto a certi estremisti rozzi, beceri e incolti (ne esistono oggi vari esemplari, in giro per l’Europa e oltre Oceano). Schwarzenbach era un uomo colto, cugino della scrittrice Annemarie Schwarzenbach, raffinato, molto ricco (la sua è una delle famiglie industriali più benestanti della Svizzera), che a metà degli anni sessanta entra a sorpresa in Parlamento a Berna, unico deputato del partito di estrema destra Nationale Aktion. Come suo primo atto promuove un referendum per espellere dal Paese trecentomila stranieri, perlopiù italiani. Schwarzenbach, a capo del primo partito antistranieri d’Europa, con toni e parole d’ordine che sembrano usciti dall’attuale narrazione nazional- populista, fa presa su vasti strati della popolazione spaesata dalla modernizzazione degli anni Sessanta, dalle trasformazioni economiche e sociali e dalle rivolte studentesche del ‘68. Fiuta le insicurezze identitarie e le esaspera. È un Viktor Orban ante litteram. “Svizzeri svegliatevi! Prima gli svizzeri!” “Sono troppi, ci rubano i posti migliori, lavorano per pochi soldi, occupano i letti degli ospedali, sono rumorosi, non si lavano.” Questi sono i suoi slogan. La sua campagna d’odio arriva a condizionare gran parte dell’opinione pubblica svizzera, al punto che sugli annunci delle agenzie immobiliari si leggeva spesso “Non si affitta a cani e italiani”.
È in tale contesto che nel 1970 viene indetto il primo referendum contro gli stranieri nella storia d’Europa. E gli stranieri eravamo noi. Come si spiega il successo della propaganda xenofoba, considerando che la Svizzera dal 1962 al 1974 non ha disoccupazione e sono proprio i lavoratori italiani, attratti in massa dal boom economico, che non solo non sottraggono posti di lavoro ai locali, ma spingono il Paese verso un benessere che non ha eguali nel mondo? Concetto Vecchio, che è figlio di due italiani che in quel tempo vivevano in Svizzera, spiega tanto odio con la paura della diversità. Gli italiani – che pure erano cristiani come gli svizzeri, e che quindi degli svizzeri avevano le medesime radici culturali – mostravano un modo diverso di parlare, di mangiare, perfino di ballare. E questa diversità genera una paura: quella di perdere la propria identità. Ma è una paura fondata? Il nazionalismo (da non confondere mai con un sano patriottismo) propugna l’idea di una identità che si forma in contrapposizione con quella degli altri. Ma le identità non sono un dato biologico e di sangue (come pensavano i nazisti), ma dei costrutti sociali e culturali, frutto di incroci e di contaminazioni che lungo l’arco della storia sono avvenute tra etnie diverse. La mia identità dovrebbe essere il bagaglio culturale-valoriale con il quale io mi relaziono e mi confronto con gli altri, non un’arma per escludere e discriminare. Quando ci si interroga e si riflette sul futuro dell’Europa, e quindi su come costruire una cittadinanza europea plurale e inclusiva, la domanda da porsi, ad esempio, non è cosa hanno in comune un siciliano e un finlandese, un portoghese o un lituano, un immigrato dall’Asia o dall’Africa con noi europei, ma che cosa di grande e importante possiamo costruire insieme a partire proprio dalle nostre diversità. “Se alzi un muro pensa a cosa lasci fuori”. Così scriveva Italo Calvino ne “Il Barone Rampante” nel 1957. “E’ più facile spezzare l’atomo che un pregiudizio”, affermò Albert Einstein. Educare alla diversità è un dovere della scuola, delle famiglie e dei media. Schwarzenbach perse il referendum del 1970 per pochi voti (46% di sì contro il 54% di no) e oggi il clima in Svizzera nei nostri confronti è sicuramente molto cambiato. Non dappertutto, però, dato che in Canton Ticino (di lingua italiana), domenica ha vinto il “sì“.
*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

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