Natalini: giustizia climatica e giustizia sociale

Natalini: giustizia climatica e giustizia sociale

Nel loro bel libro “Effetto serra, Effetto Guerra” l’ analista diplomatico Grammenos Mastrojeni e il fisico del clima Antonello Pasini (di origine riminese) hanno descritto con grande efficacia come il cambiamento climatico funga da acceleratore delle crisi in aree già particolarmente vulnerabili, soprattutto in Africa e in Medio Oriente. Il libro racconta che una concausa importante della tragica guerra civile siriana è stata la lunghissima siccità che ha colpito il paese, causando uno spostamento massiccio di popolazione verso le aree urbane. Anche nell’insorgenza e diffusione del movimento terroristico Boko Haran un ruolo importante l’ha giocato la siccità, così come peraltro in tutta la complessa vicenda del conflitto tra israeliani e palestinesi. Da tempo la CIA e il Pentagono prevedono che le guerre del futuro saranno causate dalla penuria di acqua.

Il cambiamento climatico come acceleratore delle crisi, tuttavia, non agisce solo nelle aree del mondo già penalizzate da un modello di sviluppo iniquo, da condizioni ambientali già di per sé inospitali e da profonde ingiustizie sociali, ma anche nella nostra evoluta Europa.
In un’Europa surriscaldata, dove gli eventi meteorologici estremi hanno già causato decine di migliaia di vittime (nella sola Francia, nella terribile estate del 2003, morirono 23 mila persone, in gran parte anziani e persone debilitate) e centinaia di miliardi di €euro sono spesi per la ricostruzione post-nubifragi e inondazioni, l’impegno per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico s’intreccia con la promozione della giustizia sociale. In altre parole, giustizia climatica e giustizia sociale devono essere considerate le due facce della stessa medaglia. Su questo intreccio fondamentale, tra l’altro, le sinistre progressiste europee, che appaiono spesso smarrite, possono ritrovare la propria ragion d’essere e la loro nuova funzione storica. La giustizia climatica, in altre parole, deve essere la bandiera di quelli che un tempo avremmo definito gli oppressi, gli sfruttati, gli emarginati. In fondo, le star di Hollywood e similari in Europa, generalmente impegnate nelle battaglie ecologiste per salvare il pianeta (e a riprova di ciò viaggiano con auto elettriche Tesla, il cui prezzo però è ai più del tutto inaccessibile), vivono in ville super-climatizzate e hanno ricchezze tali da potersi costruire ambienti artificiali confortevoli per resistere alle ondate di calore o ai nubifragi devastanti, ma la stragrande maggioranza della popolazione non è in grado di farlo.
In tale contesto, la nuova presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen (entrerà in carica all’inizio di novembre), nel suo programma, ha lanciato l’obiettivo ambizioso di fare dell’Europa il primo continente ad impatto climatico zero entro il 2050. Con il suo 8/9% sulle emissioni totali di gas ad effetto serra, l’Europa ha responsabilità certamente minori rispetto alla Cina (22%) e agli Stati Uniti (15%), ma proprio per questo può assumere una leadership mondiale, rafforzando al tempo stesso il suo processo interno di integrazione ed unificazione in una prospettiva federale.
Poiché la de-carbonizzazione penalizzerà alcune popolazioni e regioni (si pensi a quelle legate alle miniere di carbone o all’estrazione del petrolio), è prevista la creazione di un nuovo “Fondo per una transizione equa”. Nell’ambito della Banca Europea degli Investimenti (BEI), creata nel 1957 per il finanziamento degli investimenti atti a sostenere gli obiettivi politici dell’Unione (lo sviluppo regionale, le reti trans-europee di trasporto e telecomunicazione, la protezione dell’ambiente, la salute, l’istruzione, l’energia, la ricerca e l’innovazione) verrà creata una Banca per il Clima. Il piano di investimenti per un’Europa sostenibile permetterà investimenti per mille miliardi di euro nel prossimo decennio, disseminati in tutta l’UE.
La de-carbonizzazione e l’Europa verde rappresenta un’opportunità enorme per il nostro Paese:
abbiamo circa 6 milioni di edifici, da ristrutturare o da abbattere e ricostruire con nuovi criteri energetici ed antisismici, che possono diventare cantieri, cioè lavoro per progettisti, artigiani, imprese e tecnici oltre che per lavoratori edili e dei settori collegati; con 602 auto ogni mille abitanti (tra i grandi paesi industrializzati, solo gli Stati Uniti ci precedono), abbiamo un lavoro enorme da fare per una mobilità più sostenibile. In ogni territorio dovrebbero nascere delle cabine di regia pubblico-private per supportare e facilitare l’enorme transizione energetica ed ecologica non più procrastinabile.

*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

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