Se una qualche forma di intelligenza extra-terrestre osservasse il nostro Pianeta dall’esterno arriverebbe alla conclusione che è abitato da un genere umano (la specie dominante) guidato in prevalenza da pazzi irresponsabili. Tra pochi decenni (nel 2050) la Terra sarà abitata da 9,7 miliardi abitanti; cresciamo, infatti, di 220.000 persone al giorno, circa 80 milioni in più all’anno. Nel 2019, con un numero molto inferiore (circa 7,7 miliardi), già a fine luglio avevamo consumato tutte le risorse naturali che il Pianeta è in grado di rigenerare annualmente.

Da anni viviamo a credito rispetto alla capacità della natura di ripristinare e conservare i propri equilibri. Ma la natura, come stiamo sempre più constatando, ha cominciato a presentarci il suo conto, ogni volta più salato. La comunità scientifica, pressoché unanime, ci ha avvertito: abbiamo solo una decina d’anni a disposizione per mettere sotto controllo il pericoloso cambiamento climatico in atto. Il surriscaldamento globale del Pianeta, il sovra-popolamento e la scarsità delle risorse naturali (in primis l’acqua e i terreni fertili) aggraveranno, come già sta accadendo, tutte le ineguaglianze sociali e territoriali esistenti nel mondo. In questa fase storica servirebbero statisti alla Winston Churchill il quale, di fronte alla minaccia mortale del nazismo, agli inglesi non promise nulla, ma solo “blood, toil, tears and sweat” (ossia sangue, fatica, lacrime e sudore) nel suo primo discorso tenuto alla Camera dei Comuni il 13 maggio 1940. E invece abbiamo spesso a che fare con politicanti e propagandisti, senza una visione di medio-lungo periodo basata sulla giustizia sociale e ambientale, la vera sfida del prossimo decennio, da portare avanti con lucida coerenza. Se il problema per i leader politici è cosa dice il sondaggio del giorno dopo, non andremo molto lontano. In fondo è proprio questo che chiedono i giovani impegnati nel movimento planetario del “Friday for future” e il movimento delle sardine in Italia con la loro richiesta di una “buona politica”: un progetto sostenibile per il futuro. Non si vede ancora però un punto di svolta decisivo: nella recente conferenza ONU sul clima a Madrid non si è raggiunto un accordo tra gli Stati su impegni concreti per l’implementazione dell’accordo di Parigi del dicembre 2015; negli USA si annuncia una campagna elettorale incattivita dall’impeachment e dalle incoerenze e volgarità di Trump; parti del mondo a noi vicine (la Libia) stanno diventando teatri di guerra con il coinvolgimento diretto di potenze globali e regionali quali la Russia e la Turchia.
In tale contesto, l’Europa, intesa come Unione Europea, deve ridiventare un attore politico e morale di prima grandezza (sul piano economico lo è già), per la nuova civilizzazione (fondata sul connubio tra economia, ecologia e digitalizzazione, nel quadro di relazioni internazionali basate sul multilateralismo) di cui il genere umano, per avere un futuro, ha bisogno.
Dobbiamo però sapere che in questo sforzo saremo soli: l’America di Trump (molto potrebbe cambiare qualora non fosse rieletto nelle elezioni presidenziali di novembre) ci vuole divisi gli uni dagli altri come europei, per ottenere accordi commerciali più vantaggiosi (che visione miope e di corto respiro!); lo stesso disegno anti-UE persegue la Russia di Putin, seppure per ragioni diverse. Dobbiamo inoltre ricordare a noi stessi che nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo (come lucidamente ha sottolineato Papa Francesco, operando una distinzione rispetto a una semplice “epoca di cambiamento”) vi sarà chi determinerà gli standard tecnici e tecnologici del futuro (nelle comunicazioni veloci, nel web, nella transizione energetica, nei veicoli di trasporto del futuro, nell’intelligenza artificiale). Se l’Europa non vorrà essere una colonia alla mercé di altri, dovrà essere sempre più integrata ed unita, guidata da leader che assumano un’autentica statura di statisti lungimiranti. Vedremo se il nuovo Parlamento Europeo e la nuova Commissione Europea, insediatesi rispettivamente a inizio luglio e dicembre, saranno all’altezza della sfida e se lo saranno soprattutto i governi degli Stati membri, verso i quali si è spostato in verità sempre più nell’ultimo decennio il baricentro del potere all’interno dell’UE.
*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

Argomenti:

clima

Europa

risorse

surriscaldamento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *