Nella cittadina siberiana di Verkhoyansk, situata nel Circolo Polare Artico, il termometro in questi giorni segna 38 gradi! La Russia ha appena vissuto il suo inverno più caldo degli ultimi 130 anni e la Siberia ha visto una prolungata ondata di caldo che ha causato incendi, una massiccia fuoriuscita di petrolio (probabilmente dovuta allo scioglimento del permafrost), danni ai raccolti e un’infestazione di tarme mangia-alberi. Lo scioglimento del permafrost inoltre comporta la liberazione in atmosfera di metano, un gas serra, e il rischio di rimettere in circolo virus e batteri sconosciuti, congelati da milioni di anni nello strato di terreno ghiacciato. Ne ha parlato recentemente Marco Affronte su questo giornale.

La frequenza e diffusione delle anomalie climatiche negli ultimi 20-25 anni è senza precedenti, con effetti spesso catastrofici. Basti pensare agli incendi che per mesi hanno devastato l’Australia e la scorsa estate il Portogallo (con oltre 50 morti); o agli eventi meteo estremi nel nostro Paese ed in Europa (prolungati periodi di siccità alternati a violenti nubifragi, come quello che ha devastato la pineta di Cervia e Milano Marittima un anno fa). L’UNHCR stima in 80 milioni il numero di migranti al mondo in fuga dal proprio paese, a causa di guerre e carestie, accelerate o aggravate dal cambiamento climatico in corso. La comunità scientifica da anni ci ha indicato la soluzione inequivocabile per affrontare questo gigantesco problema: abbandonare le energie fossili (che pure hanno assicurato dall’avvento della Rivoluzione Industriale ad oggi a una parte crescente dell’umanità una qualità della vita senza precedenti in passato) a vantaggio di quelle rinnovabili, prima di tutto dal sole e dal vento. Certo, sappiamo che esistono tuttora problemi irrisolti, quali quello delle tecnologie di accumulo dell’energia fotovoltaica ed eolica da utilizzare nei periodi di assenza di sole e vento. Ma la ricerca tecnologica va avanti e la strada è segnata, unitamente all’energia idroelettrica, quella geo-termica e da bio-masse. La fusione nucleare sarebbe la soluzione definitiva per soddisfare la crescente domanda di energia di un mondo abitato da 7,7 miliardi di abitanti, che tra qualche decennio arriverà a 9 miliardi. Ma siamo ancora lontani dalla costruzione dei primi reattori. La fusione nucleare si basa su una reazione attraverso la quale i nuclei di due o più atomi si uniscono tra loro, dando come risultato il nucleo di un nuovo elemento chimico. Questo procedimento avviene nelle stelle, come il nostro Sole, e permette di fornire energia quasi illimitata con emissioni di carbonio praticamente pari a zero. Prima o poi ci arriveremo, ma il rischio è che la salute del Pianeta Terra a quel punto sia già troppo compromessa. Per affrontare un problema globale di tale portata serve un nuovo pensiero globale e azioni conseguenti e coerenti a scala locale. Il globale altro non è se non la connessione tra tante realtà locali, interdipendenti tra loro. Non a caso le risposte più ambiziose ed adeguate alla sfida climatica sono giunte, su piani diversi e complementari, da due organizzazioni universalistiche: le Nazioni Unite con l’Agenda 2030 (declinata in 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile) e la Chiesa Cattolica (con l’importantissima enciclica di Papa Francesco Laudato si, che identifica la Terra come la casa comune dell’umanità bisognevole di cure urgenti attraverso un’ecologia integrale coniugata con la giustizia sociale). Del tutto inadeguato, invece, appare il sovranismo, sia esso nazionale che locale, il chiamarsi fuori dalle proprie responsabilità e dalle inestricabili interconnessioni planetarie. A mio avviso appartiene a questo filone di pensiero, del tutto inadeguato nel mondo contemporaneo, chi si oppone, in modo pregiudizievole, al progetto di Parco Eolico da realizzare al largo della costa riminese. Un conto è valutarlo nel merito, rivendicare tutte le migliorie del caso, assicurare al territorio le compensazioni ambientali (benefici economici per i cittadini e le aziende); un altro conto, invece, è aizzare pregiudizi (“sarà la pietra tombale del turismo riminese”, quando nessuno studio sui parchi eolici offshore realizzati nel mondo suffraga tale tesi) o affermare che le soluzioni per le energie rinnovabili vanno trovate altrove. Se tutti ragionassimo in termini di “fatelo ovunque, ma non nel mio giardino” (è la famosa sindrome NIMBY), non si farebbe mai nulla. Gli impianti idro-elettrici impattano sugli eco-sistemi fluviali, le centrali a bio-masse emettono in atmosfera polveri sottili cancerogene e quelle basate sulla digestione anaerobica cattivi odori; molti proprietari di capannoni industriali con superfici a volte molto grandi e perfettamente idonee per ospitare impianti fotovoltaici non hanno voluto investire in proprio o cedere a terzi per 20-25 anni il diritto di superficie. Il fotovoltaico a terra è brutto e sottrae terreno agricolo. Il fotovoltaico sui tetti delle abitazioni private (pensiamo ai tetti limitati dei condomini) non sarà mai sufficiente a produrre l’energia elettrica di cui abbiamo bisogno per i treni, l’illuminazione pubblica, la futura mobilità elettrica e tutti gli altri usi industriali e domestici. Probabilmente l’energia geo-termica sarebbe la meno impattante, ma chiaramente non sufficiente come unica fonte di energia rinnovabile. La soluzione non può neanche essere la creazione di megaimpianti fotovoltaici nel Sahara (vi erano progetti in tal senso dell’Unione Europea), perché continueremmo a dipendere per la nostra sicurezza energetica da Paesi assolutamente inaffidabili. E allora dove li facciamo gli impianti per produrre energia rinnovabile o preferiamo andare avanti con l’attuale modello energetico ? Chi tuona contro il rischio di deturpazione del paesaggio marino (peraltro l’orizzonte sul nostro mare è spesso condizionato da una persistente foschia che limita a pochi km dalla costa la visione) dovrebbe osservare un po’ di immagini delle devastazioni create in Nigeria dalle compagnie petrolifere occidentali, dalla pratica del fracking negli Stati Uniti o i lugubri paesaggi lunari delle cave di carbone in Polonia, Repubblica Ceca e Germania, compararle alle immagini dei Parchi Eolici del mare nel Nord, e trarre le sue oneste conclusioni, avendo in mente quell’ecologia integrale ed universale citata sopra. Un modello energetico sostenibile ad impatto del tutto zero al momento non esiste, non l’abbiamo ancora inventato.
*Esperto di istituzioni, politiche e programmi dell’UE

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