Nascere al tempo dell’epidemia, a marzo a Imola sono arrivati 72 bebè

IMOLA. “La vita non si ferma davanti a niente”. È questo il messaggio forte e positivo lanciato dal reparto di Ginecologia e Ostetricia dell’ospedale di Imola, all’insegna dell’ #noirestiamoinsalaparto e di un concetto che, soprattutto in questi tempi, va tenuto stretto accanto al cuore: «L’amore è capace di far nascere persino un fiore nel deserto».

Parlare con gli occhi

Si, perché la vita, fortunatamente, non si ferma e il miracolo eterno della nascita regala ogni giorno un raggio di luce anche in un luogo dove l’emergenza da Covid-19 ha portato tante lacrime e nuvoloni neri: «Noi continuiamo a metterci tutta l’umanità e l’impegno possibili – esordisce Elena Marmocchi, allo Scaletta dal 2010 e dal 2016 caposala –, perché il parto sia vissuto dai genitori come un momento di gioia e felicità, anche quando la cronaca quotidiana ci racconta di tanto dolore, smarrimento e paura. Le mamme, chiaramente, sentono questa atmosfera e il nostro compito è di aiutarle con gli occhi, i nostri, ai quali loro si aggrappano, non coperti dalle mascherine e quindi in grado di comunicare sostegno e amore. La notizia positiva è che i bambini continuano a nascere, a marzo abbiamo avuto 70 parti di cui due gemellari, perciò 72 nati. Forse un po’ sotto media, ma dal 1 gennaio la cifra sale a 206 in linea con lo scorso anno e la notte del 1 aprile ci sono stati addirittura 5 parti. Avevamo tutto il reparto pieno, 11 posti letto più 4 per l’ostetricia. Il coronavirus ha cambiato il modo di aiutare le partorienti, vero, ma non può intaccare l’operatività del reparto e tutto il personale resta concentrato sulle esigenze della nascita, nessuno infatti presta servizio in altre zone dell’ospedale».

A fianco delle mamme resta attivo pure il consultorio familiare dell’Ausl di Imola (sede in via Amendola 8, al primo piano dell’Ospedale Vecchio) e l’ostetrica Lucia Suzzi ne spiega bene l’importanza: «Il percorso nascita è rimasto sostanzialmente lo stesso di prima, anche perché per chi deve partorire non esistono esami differibili e i tempi da rispettare sono obbligatori. Certo, abbiamo dovuto eliminare il più possibile i contatti sociali e quindi i rischi inutili: il corso di preparazione alla nascita, ad esempio, avviene on-line e ha raccolto pareri entusiasti da parte di tutti. L’assistenza post-parto, che si incentrava pure su 3 visite domiciliari a settimana, è stata sostituita dall’assistenza telefonica, sia con il “Pronto Latte” (3397894489, attivo dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 13, ndr), sia con un numero di supporto psicologico per tutti (dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 11 e dalle 14 alle 16 al 334/6687830, ndr). In questo periodo è normale avere paura e a maggior ragione può averne una neo-mamma, che magari si ritrova da sola a casa, senza supporto, con i nonni che non possono affiancarla. La sindrome d’abbandono, insomma, colpisce alcune di loro e noi cerchiamo comunque di dare loro sostegno”.

Papà al fianco

In alcuni ospedale italiani, specie nel periodo iniziale dell’emergenza sanitaria, per limitare al massimo i rischi si era deciso di permettere al papà di stare con la compagna prima e durante il parto, ma non dopo. A Imola, fortunatamente, questa misura non è mai stata presa: «Abbiamo dovuto limitare gli orari di visita – riprende la Marmocchi –, salvo situazioni particolari perché, al di la delle regole, resta sempre valido il buon senso e capire quando una mamma ha davvero bisogno al proprio fianco del compagno e del suo sostegno.

Comunque nel caso di parti cesarei il padre può restare in camera con la mamma anche per tutta la notte successiva, considerando che la donna ha sicuramente bisogno di assistenza continuata, non può muoversi e al bambino può pensarci il papà stesso. Per quanto, invece, riguarda i parti naturali, allora il papà può rimanere al fianco della compagna durante tutto il travaglio e il parto».

I parti da zona rossa

Per ora all’ospedale di Imola non ci sono stati parti con mamme positive al Covid-19, ma di donne provenienti da Medicina e quindi dalla zona rossa, sì: “Il protocollo sostanzialmente è lo stesso – spiega la Suzzi -, perché la partoriente, pur in assenza di sintomi, viene considerata come se fosse positiva. In realtà l’unica vera differenza sta nella tipologia di accesso e di “soggiorno” all’ospedale, perché viene messa in una camera tutta per lei, e chiaramente nei dispositivi di sicurezza che devono indossare gli operatori in sala parto».

Giusto sottolineare come tutto il resto, specie nelle procedure per il parto durante e dopo, cambi raramente anche con questi casi particolari: «Bisogna premettere – ecco la Marmocchi -, che certe indicazioni dal Ministero della Sanità cambiano da una settimana all’altra comunque, in base alle ultime, restano prevalentemente sia lo “skin to skin”, ovvero il mettere il bambino fra le braccia della mamma appena nato, sia il ritardato clampaggio del cordone ombelicale che, fino a pochi giorni fa, era consigliato di fare precocemente. Giusto ricordare che più tardi si fa il clampaggio, più sangue placentare arriva al bambino carico di anticorpi e ferro. E poi per i parti di donne positive è obbligatoria la presenza del neonatologo. La realtà è che non tutto è nero o bianco, ma grigio e le indicazioni cambiano spesso».

E se il parto rappresenta l’ultimo, felice, momento di un percorso iniziato mesi prima, ecco che quello iniziale, ovvero la presa in carico della gravidanza, è stato spostato nella sede del consultorio proprio per «…evitare alla mamma i rischi di inutili viaggi in ospedale – termina la Suzzi -. Si tratta di una tappa molto importante, sia a livello documentale, sia per verificare lo stato di salute della mamma e del bambino e per dare tutti i consigli possibili in vista del percorso che li porterà al parto».

A Imola, insomma il miracolo della vita si ripete, nonostante tutto, grazie alla forza delle mani..e degli occhi, di un gruppo di operatori che cerca di lasciare intatta la dolcezza e l’intima connessione che la venuta al mondo di ogni bambino si portano dietro. Anche in tempi del coronavirus.

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