Muti e la Cherubini riaprono il teatro di Marradi

Quando un teatro riapre è sempre motivo di festa. E oggi, a Marradi, per la riapertura del Teatro degli Animosi sarà festa grande. Anche grazie al dono prezioso che Riccardo Muti ha deciso di porgere alla città: sarà lui, infatti, a dirigere, sul podio dell’Orchestra Giovanile Cherubini, il concerto che alle 16.30 torna a inaugurare il piccolo teatro settecentesco, non solo dopo il lungo periodo di chiusura forzata ma anche dopo diversi mesi di lavori che hanno riportato alla piena funzionalità spazi sottostanti la sala che da lungo tempo erano chiusi e inutilizzati.

Del resto, in questo difficile periodo – ma si può dire da tanti anni – il maestro non ha mai perso occasione per ribadire l’importanza del tessuto teatrale del nostro paese e la necessità che ogni più piccolo teatro sia restituito al paese e in particolare ai giovani. Senza trascurare poi che l’antico borgo, per la geografia amministrativa toscano, ma col cuore romagnolo, in questo settimo centenario dantesco, sembra profilarsi anche come inevitabile tappa dell’ideale percorso attraverso l’Appennino che portò l’esule poeta da Firenze fino a Ravenna, lungo il corso del Lamone, che sfocia ai piedi della pineta cantata nella Commedia.

Quello stesso percorso oggi sarà affidato a un’altra inaugurazione, quella del Treno per Dante che collega appunto Firenze a Ravenna, dove il “Ravenna festival”, che collabora alla realizzazione del concerto, è infatti dedicato al Sommo poeta.

Ma tornando al teatro marradese, è interessante seguirne la storia: alla fine del Settecento, nel 1792, un manipolo di famiglie gentilizie riunite nell’Accademia degli Animosi decise di costruirlo e su progetto di un non ben identificato architetto fiorentino venne realizzato in stile dorico-toscano; venne poi ristrutturato oltre un secolo più tardi assumendo l’aspetto raccolto ed elegante che ancora lo caratterizza; poi, tra chiusure e restauri, bombardamenti e ricostruzioni, ampliamenti e messe a norma, ha attraversato il Novecento per approdare al terzo millennio e tornare ancora una volta a nuova vita. Rinnovando una tradizione irrinunciabile, quella dell’incontro, della riflessione, della cultura e della bellezza che tra le sue mura si respirano e che a Marradi hanno nutrito tanti illustri personaggi e artisti, tra tutti uno dei più celebri poeti del Novecento, Dino Campana.

Dunque, il Teatro degli Animosi con Riccardo Muti riapre il suo palcoscenico alla musica e alla poesia: la tersa melodia della Air dalla Ouverture n. 3 BWV 1068 di Bach, ovvero la celeberrima cosiddetta “Aria sulla quarta corda”, che conduce al raccoglimento più intimo evocato dall’Ave Maria dall’Otello di Giuseppe Verdi, affidato alla voce esperta del soprano Rosa Feola. Infine, dopo l’intervento di un’attrice di fama come Elena Bucci, che propone versi di Dante e di Dino Campana, e la partecipazione della locale Banda di Popolano, l’agile e brillante Divertimento per archi n. 1 K. 136 di un giovane ma già inconfondibile Mozart.

Le voci si intrecciano, si accavallano, accompagnano gli spettatori già prima di entrare in San Vitale: le geometrie della basilica possente avvolta dal buio sono ogni volta una sorpresa, come la luce dei mosaici, dentro. Una danzatrice li accoglie, gesti misurati e ripetuti rimandano a simboli interiori, a sostenerla il solo organo – scrittura accordale, piana, appena increspata, dolce, sul cui acuto bordone si innesta il coro, “Basilissa”. Quella sorta di bordone “celeste” dell’organo che si rispecchierà poi in quello “terreno” della fisarmonica che siede sotto l’abside insieme a un trio d’archi…

È di grande suggestione la tavolozza timbrica messa in atto dal compositore Mauro Montalbetti per “Teodora”, l’opera da camera o, meglio, la “scalata al cielo in cinque movimenti”, su libretto e drammaturgia di Barbara Roganti, con cui lo scorso mercoledì si è aperta la XXXII edizione di “Ravenna festival”. Un lavoro in prima esecuzione assoluta, commissionato proprio dal festival e concepito per lo straordinario spazio “sacro” di quella basilica: l’azione dalla soglia dell’abside si svolge verso il centro, sotto la cupola, in una sorta di ideale palco circolare (il pubblico siede intorno) dove Teodora si muove e agisce attraverso i volti e i gesti e le voci di più interpreti: Teodora è sì, certo, la voce bellissima di soprano di Roberta Mameli capace di raffinate inflessioni, di tenuti quasi soffocati come di esplosioni liriche possenti; ma è Teodora anche Matilde Vigna, l’attrice che a lei si rivolge e al tempo stesso di lei – di sé – racconta; e forse anche la “portavoce”, Anna Bessi, con le sue laconiche domande… Eppoi, soprattutto, Barbara Martinini, la danzatrice, muta testimone e protagonista, di una storia che non si può raccontare se non per frammenti, stati d’animo, impressioni, immagini, senza la lineare consequenzialità del narrare tradizionale. A dominare l’opera è il clima espressivo di un ricordo nostalgico e dolente, di un potere che è anche rinuncia, di una leggerezza perduta, la dimensione senza tempo di chi il suo tempo l’ha vissuto, l’ha divorato. A evocarlo una partitura elegante, un tessuto strumentale essenziale, a tratti rarefatto, eppure emotivamente denso, “rappresentativo”, in senso madrigalistico, del sentimento e delle immagini che percorrono il testo; e le voci di un coro “mobile”, nella stratificazione e frammentazione delle parti come nel muoversi in alto o alle spalle del pubblico, con un effetto di spazializzazione che accentua la dimensione arcana, quasi rituale dell’azione.

Complici la maestria esecutiva degli interpreti, tutti da ricordare: Stefano Raccagni al violino, Giacomo Cardelli al violoncello, Pierluca Cilli al contrabbasso, Francesco Gesualdi alla fisarmonica, con Andrea Berardi all’organo; nonché il Coro 1685 dell’Istituto “Verdi” di Ravenna diretto con grande cura da Antonio Greco. SU.VE.

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