RAVENNA. «Nel giorno della Festa della musica e del solstizio estivo, in questo paese che sta celebrando Raffaello e Dante, in questa città, Ravenna, tre volte capitale, è come se Natura e Storia si siano alleate per dar vita a questo nuovo inizio affidato al talento dei nostri giovani musicisti italiani»: dopo l’Inno di Mameli, è Riccardo Muti stesso a fare gli onori di casa, salutando una per una le autorità sedute nelle prime file della rarefatta platea della Rocca Brancaleone per l’inaugurazione domenica 21 giugno di Ravenna festival. Ci sono la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, il ministro della cultura Dario Franceschini, poi il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, ma c’è anche il Direttore generale dell’Unesco, Audrey Azoulay. Perché dopo i lunghi mesi di silenzio imposti dal lockdown, questa ripartenza, questo tornare a riunire un’orchestra per un pubblico vero, assume per forza un valore straordinario, “ufficiale”, che investe l’Italia intera, andando ben oltre i confini nazionali. Infatti, oltre ai fortunati 300 spettatori che siedono di fronte all’Orchestra Cherubini, grazie alla diretta in streaming chiunque può assistere al concerto, ovunque – e dopo l’Italia, a collegarsi sono stati soprattutto americani, giapponesi e tedeschi. Per questo Muti ci tiene a sottolineare l’atto di coraggio compiuto da Ravenna festival nonché a rivolgere agli artisti e ai musicisti di tutto il mondo l’augurio di un futuro radioso – quel futuro che, tornerà a ricordarlo ancora una volta in sala stampa, per i musicisti italiani è tanto incerto. «Intere regioni prive di orchestre – dice – e la mancanza di una visione culturale d’insieme, fanno sì che dopo anni di studi i nostri talenti non abbiano alcuna possibilità professionale per il proprio futuro. Forse una soluzione si potrebbe intravedere riaprendo tutti i teatri, anche i più piccoli, e affidandoli proprio ai giovani artisti. Comunque il loro destino è una questione fondamentale per il nostro Paese, un problema morale».
E la serata, così importante, densa di emozioni e significati, non può che essere di buon auspicio, come del resto suggerisce il luminescente “preambolo” di Skrjabin, Rêverie (Sogno) scelto a introdurre un programma tutto dedicato a Mozart.
Densa di emozioni per la ritrovata dimensione comunitaria della musica, seppure filtrata dalle misure di sicurezza imposte dal Covid: in file ordinate ben prima dell’imbrunire il pubblico si lascia misurare la temperatura, igienizza le mani e indossa le mascherine dietro cui ci si saluta, a distanza, tutti uguali, ognuno al proprio posto. Densa di emozioni, in particolare per i ravennati, anche per la ritrovata Rocca Brancaleone, per quello spazio incorniciato dal verde degli arbusti cresciuti a ridosso delle antiche mura: ci si accorge che si era perduto il gusto del concerto “estivo”, del fruscio delle foglie e del cinguettio degli uccelli, del vento che si insinua tra i leggii… insomma del suono dell’orchestra all’aperto.
«Qui – ricorda ancora Muti e certo lo ricordano anche tanti degli spettatori presenti allora – non solo ho diretto con l’Orchestra della Scala il primo concerto del Festival trent’anni fa, ma anche i Wiener Philharmoniker, era il 1992, all’attacco dell’Eroica di Beethoven sentii le prime gocce di pioggia, ma con un cenno il violino di spalla mi invitò a continuare, dopo un paio di minuti la pioggia cessò. Un piccolo miracolo, proprio come quello realizzato dai giovani della Cherubini questa sera».
Perché l’orchestra è chiamata a esibirsi secondo una disposizione “innaturale”: un solo musicista per leggio, distanti l’uno dall’altro, soprattutto i fiati, “schermati” da pannelli di plexiglas. Una condizione che però non nuoce alla qualità interpretativa: forse per l’infinita cura riposta in questo sospirato ritorno all’insieme musicale, certo per il gesto misurato e la fiducia che il maestro sa ancora una volta infondere loro. Complice anche l’agile pienezza della voce di Rosa Feola, il soprano protagonista dei ghirigori melodici dell’Exultate, jubilate KV165 e della dolorosa perfezione dell’Et incarnatus est dalla Messa K417 – in una sola semplice frase capace di sfiorare il senso ultimo di ogni cosa. Un quadro che si completa con la Sinfonia Jupiter KV551: Muti più di ogni altro sa cogliere l’inflessione teatrale che innerva la musica di Mozart, liberare il respiro del dialogo tra le parti, restituire la trasparenza del contrappunto, con un gesto che, è parso, più raccolto e meditativo. Nostalgico, forse, ma proiettato alla speranza e al futuro.

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