FAENZA. A Faenza esiste da quasi vent’anni un museo, dedicato allo scultore Carlo Zauli, che è non solo luogo di memoria e di celebrazione, ma vivo laboratorio culturale e spazio di incontro e scambio di conoscenze. È il Museo Carlo Zauli, nato nel 2002 alla morte dell’artista, diretto dal figlio Matteo e oggi vivace spazio culturale e artistico.
Matteo Zauli, come nasce il museo?
«Il Museo Carlo Zauli nasce da un luogo produttivo di ceramica, una bottega, nella ex scuderia dei frati, un luogo adibito al convento fin dal 1700. Intorno al 1910 alcuni ceramisti danno vita a una produzione di ceramiche faentine tradizionali. Nel 1949 mio padre, insieme a tre suoi compagni di scuola, lo rileva e diventa una bottega, abbastanza ordinaria e tradizionale. Poi nel giro di una decina d’anni mio padre si appassiona alla scultura, alla ceramica contemporanea non solo oggettuale ma anche scultorea, mentre i suoi soci prendono altre vie, e quel luogo diventa un atelier di scultura, fino al 2000, più o meno. Già mio padre, che insegnava all’istituto d’arte, voleva costruire, attorno a questo studio, un centro culturale, perché per lui era sempre stato molto importante ricevere altri artisti provenienti da tutto il mondo: non era solo un luogo produttivo, quello era un cenacolo culturale nel quale arrivavano scultori, anche personaggi molto importanti a livello internazionale. E da ognuno di quelli mio padre, negli anni Sessanta e Settanta, aveva imparato qualcosa. Perché Faenza è una città molto importante per la ceramica, però non è una metropoli, quindi l’arte contemporanea più importante non è che passa di lì. E per riuscire a cogliere le novità era molto importante poter ospitare degli artisti che invece fossero più di avanguardia. Quindi negli anni Ottanta, quando la sua fama era già consolidata a livello internazionale, decise di farne un centro culturale».
Carlo Zauli non riuscì a portare a termine questo progetto.
«Mio padre ebbe una malattia, il morbo di Alzheimer, che gli impedì di portare a compimento questo progetto, e nel 2002, quando poi lui morì, noi pensammo in qualche modo di completare il suo progetto e fondare un centro culturale laddove c’era la sua vecchia bottega, il suo vecchio studio scultoreo. E così è nato il Museo Carlo Zauli, che ha come base la collezione delle opere che lo stesso Zauli aveva messo da parte, vent’anni prima della fondazione del museo, per il progetto espositivo e narrativo della sua opera, dagli anni Cinquanta agli anni Novanta. Questa è la base del museo e ancora oggi il nucleo fondante il Museo Carlo Zauli è questa serie di 100-150 opere (dipende dai momenti: le collezioni sono sempre in movimento e l’allestimento è dinamico). Attorno a quello si sta costituendo un’altra collezione, che è quella contemporanea, una collezione nata dai ricordi, dalle memorie e dalle testimonianze di tutti i passaggi degli artisti che si sono fermati, dopo l’apertura del museo, a sperimentare la ceramica, invitati nei nostri progetti di residenza d’artista».
Quale parte hanno le opere pubbliche nella produzione di Carlo Zauli?
«Questa è una parte molto importante del lavoro di Carlo, perché nell’opera pubblica l’artista ha sviluppato molto la sua dimensione monumentale, che all’interno del museo proprio non è presente. Quindi, partendo dai nostri territori – Faenza, Ravenna, Forlì, Bologna, perché lui ha lavorato molto nel proprio territorio, vincendo molti concorsi pubblici – per arrivare agli Stati Uniti, al resto dell’Europa, al Giappone che ha tantissime opere pubbliche, al Medioriente: ecco, Zauli in tutto il mondo sviluppa un proprio canale, una propria modalità artistica che è sempre in dialogo con l’architettura. E quindi è molto interessante perché studia delle interazioni tra scultura e architettura. Nel nostro sito c’è una sezione che si chiama “Nel mondo di Carlo Zauli”, dove c’è una cartina del planisfero con delle bandierine in ogni luogo in cui ci sono delle opere pubbliche significative a oggi conosciute. Un problema che abbiamo avuto, come archivio di Carlo Zauli, è che mio padre, a partire dal ’93-94, ha cominciato a perdere la memoria e noi non lavoravamo con lui, lui teneva molto separate la famiglia e il lavoro. E quindi a un certo punto ci siamo trovati a dover ricostruire delle cose che non conoscevamo. Ci è capitato di trovare delle opere di cui non sapevamo nulla al Victoria&Albert Museum di Londra ed è una grandissima sorpresa quando succede».
Oltre alla collezione permanente, organizzate anche molti eventi?
«Sì, banalmente, per noi fare eventi è vivere. In Italia già i musei pubblici hanno delle difficoltà, perché l’Italia è talmente ricca di patrimonio culturale che non ci sono le risorse per tutti, diciamocelo chiaramente. Figurati poi se aggiungiamo delle istituzioni private. Quindi noi non avremmo le risorse, in una città già ricchissima di patrimonio pubblico a livello culturale come Faenza, per sostenere il nostro museo in maniera istituzionale. Per poterlo sostenere abbiamo bisogno di creare dei progetti che producano reddito, che ci diano la possibilità, per esempio, di avere uno staff, di garantire l’apertura tutto l’anno. Grazie al dialogo che c’è con le istituzioni, in particolare con il comune di Faenza che ci ha sempre sostenuto con una convenzione, noi riusciamo a rimanere aperti e costruire poi la nostra vera vita che è quella basata sugli eventi: ne facciamo circa cinquanta-sessanta all’anno. Anche adesso che siamo ancora chiusi, operiamo sempre in questa logica, realizzando dei contenuti online, inediti, perché le persone possano sempre trovare qualcosa di nuovo».
Come avete attraversato questo momento particolare, di chiusura?
«È innegabile che questo sia un momento difficile per la cultura perché lo è per tutti. È giusto che adesso le priorità siano altre, poi quando parliamo di tessuto economico in bilico, in crisi, fragile, pensiamo al tessuto culturale che è fragilissimo. È un fatto storico che l’arte si sviluppi dove c’è forza economica: la Firenze del Rinascimento o la Parigi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Guarda caso l’arte si sviluppa sempre dove sono molto forti i tessuti economici. Per cui, in un momento così, di grande fragilità, noi abbiamo cercato di continuare a essere vivaci e a mandare un nostro segnale e ci affidiamo per questo a dei contenuti online. Per esempio, abbiamo fatto una serie di video che si chiamano “Inediti”, dove mostriamo delle opere che sono invisibili nel percorso del museo: opere che sono state prodotte materialmente lì dentro, figlie di esperienze culturali che sono state fatte lì, però che oggi sono in giro, quindi opere di Zauli che sono in collezioni pubbliche in giro per il mondo, oppure opere di artisti che sono state prodotte durante le residenze ma che poi sono state portate via dagli artisti stessi, quindi oggi non si vedono. Noi cerchiamo di fare una realtà aumentata molto basic, poco tecnologica, per estendere virtualmente le collezioni museali, in questo momento».
Cosa si può imparare da questa situazione?
«La cosa fondamentale è fare delle cose che in altri momenti non faresti. E questa per noi è stata la fase uno, e dico “è stata” perché dal 18 maggio abbiamo riaperto, però andremo avanti a sperimentare: siccome dovremo ideare delle fruizioni molto contingentate, andremo avanti a sperimentare una modalità su cui avevamo già lavorato prima del lockdown. Ecco noi terremo il museo aperto, in questa fase due, però se non potremo fare di più, organizzeremo proprio degli eventi in cui cercheremo di creare una relazione profonda tra visitatore e opera, e spazio. Cioè, in poche parole, daremo la possibilità di vedere individualmente, di creare un contatto personale, intimo, tra il visitatore e lo spazio. È una limitazione, da un lato, però da un’altra parte è veramente anche una potenzialità, cioè un’opportunità molto importante. Perché l’arte sa parlare nell’intimità. Un esempio che ho vissuto personalmente: se vado al Louvre, vedo la Gioconda, certo, la Gioconda sappiamo tutti che cos’è, però la vedo per un momento molto limitato, perché c’è una folla davanti e una folla dietro di me quindi devo scorrere, la vedo un po’ da lontano, c’è un gran rumore. Diverso è vedere un’opera in solitaria: vedere un’opera in solitaria è un’esperienza molto profonda, molto bella, molto sensoriale che solitamente probabilmente non si riesce a fare. Quindi noi cercheremo di fare questo: di proporre dei percorsi in cui volta per volta andremo a studiare, anche con ausilio musicale, a immergerci nell’atmosfera di alcune opere molto significative del nostro percorso».
Queste novità avete in programma di mantenerle anche per il futuro?
«Questa fase ci servirà per ripensare alcune modalità a cui eravamo abituati. Credo che vada colta questa opportunità: la cultura e l’arte devono essere davanti alle cose, non seguirle, devono suggerire, proporre, far capire gli aspetti positivi di una diversità, ad esempio. Questo deve fare l’arte. Quindi noi cercheremo proprio di utilizzare al meglio questa modalità di fruizione, che non è detto finisca in tempi brevissimi, per cui sarà molto importante anche un aspetto che noi abbiamo sviluppato particolarmente da alcuni anni, che sono i nostri contenuti social. Riuscire ad avere un dialogo con un tuo pubblico attraverso i social media, per esempio, è qualcosa di fondamentale in questo momento, è come riuscire a far sentire la propria voce».

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