Vanessa Beecroft è una madonna bianca che nutre figli che non sono suoi. È questa – una grande fotografia di oltre due metri donata dalla stessa artista genovese – l’opera più rappresentativa di una collezione eterogenea, preziosa, mobile. Il “tesoretto” di San Patrignano (per i tecnici endowment) che Gian Marco e Letizia Moratti hanno voluto accantonare, grazie anche ai regali di artisti, galleristi e mecenati come Miuccia Prada, per garantire il futuro della comunità.

E ora questo patrimonio di 66 pezzi, di cui 62 esposti, diventa parte della città di Rimini, che lo accoglie e lo custodisce nei suoi due palazzi più belli e antichi: quello dell’Arengo (1200) e quello del Podestà (1300).

Un incontro fortunato

È stato quello tra Letizia Moratti, cofondatrice della Fondazione San Patrignano, e Andrea Gnassi, sindaco di Rimini, che alla richiesta di trovare un luogo dove esporre il tesoretto ha risposto citando Calvino: «Tutto l’immaginabile può essere sognato». E ha giocato il jolly, trasformando i palazzi di piazza Cavour, là dove ha sede anche il Comune, nel Part, Palazzi dell’Arte appunto.

Un lavoro portato a termine in soli tre anni, come sottolinea la coordinatrice curatoriale Clarice Pecori Giraldi, art advisor milanese, anche grazie a una convenzione che prevede la nascita di un comitato di indirizzo formato da due membri indicati da Sanpa (la stessa Giraldi e il presidente della Comunità, Alessandro Rodino Dal Pozzo) e tre dal Comune (l’ingegnera Chiara Fravisini, il direttore generale Luca Uguccioni e Guido Guerzoni, docente ed esperto di gestione museale).

I gelati e le bandiere

Per dirla con De André, sono elementi che hanno caratterizzato Rimini a lungo, ma le cose cambiano. Rimini oggi assomiglia sempre più a se stessa e sempre meno a una Las Vegas, «ed è più forte dei suoi stessi stereotipi» sintetizza Gnassi. «Usciamo dai vocabolari che ci hanno ingabbiato, andiamo in direzione ostinata e contraria con un progetto di città che si nutre di bellezza». E via a snocciolare i successi degli ultimi anni, dal Fulgor al Galli, dalle fogne al Museo Fellini, fino al nuovo waterfront (lungomare), tutto si tiene.

L’ambizione (grande)

È quella di far diventare la località balneare un polo culturale nazionale, richiamare persone attratte dall’arte, anche grazie agli ingenti contributi di Regione e Ministero e a campagne promozionali mirate. Così il 2 ottobre partiranno i lavori per trasformare anche il giardino in uno spazio espositivo, mentre si continueranno a richiedere opere ad artisti e collezionisti, e a marzo 2021 ci sarà una nuova inaugurazione. Il tutto dovrà forzatamente entrare in dialogo con gli allestimenti scenografici del Museo Fellini, tra Fulgor e Castel Sismondo, e non è detto che non si riesca a creare una bella sinergia. In fondo Rimini, chiosa Gnassi, è il «simbolo di una contemporaneità istantanea».

Arte come riscatto sociale

La vede così Letizia Brichetto Arnaboldi, che della nuova Comunità post Muccioli è alfiere e indefessa sostenitrice. Tanto da non nascondere nulla, nemmeno il passato sporcato da accuse e processi al fondatore: il ritratto di Vincenzo, olio su tela di 3 metri per 3 firmato Yan Pei-Ming, dono di Gianmarco Moratti (marito, petroliere e filantropo scomparso nel 2018), riempie una parete al pianterreno. Come mai? le chiediamo, non c’è una cesura tra vecchio e nuovo? La replica, gentile ma ferma: «Preferisco non rispondere, parliamo di arte».

E allora parliamo delle opere

Incastonate in un dialogo fertile con gli antichi muri che le circondano, grazie all’intervento sobrio e filologico dell’architetto Luca Cipelletti e alla bellissima pietra di San Marino utilizzata (peccato che al primo piano siano rimasti i vecchi pavimenti), eccole qui, visibili a tutti grazie a setti fissi ma rimovibili che non disturbano spazi e altezze importanti: Mitoraj e Schnabel, Schifano e Pericoli, Kentridge e Isgrò, e ancora Hirst, Cucchi, Chia, fino agli inventivi ceramisti romagnoli Bertozzi & Casoni con una loro vanitas fatta di benzina. Transavanguardia, arte povera, pop art, ma anche giovani come Thomas De Falco, classe 1982, con un arazzo dedicato alla natura, o la curda Zehra Dogan, 1989, il cui calligrafico acrilico su tela sa rendere il dramma dell’esodo e dell’eccidio di un popolo, il suo. Mentre poco più in là il siciliano Giovanni Iudice dà voce ai migranti senza voce con un olio potente, drammatico, quasi senza speranza.

Da Vezzoli al Trecento e ritorno

Ogni pezzo racconta e si misura con la vita delle migliaia di ragazze e ragazzi passati dalla comunità di recupero per tossicodipendenti sulle colline di Coriano: come la trappola per topi di Andreas Slominski che porta a chiederti quale sia l’esca che potrebbe attirare anche te. La superstar Francesco Vezzoli ha regalato uno dei suoi ricami, Madonna piangente con lacrima cubista. Di Velasco Vitali è esposto invece il modellino di una grande opera in ferro e lamiera, Sbarco a Milano.

Magnifico il Persepoli di Luca Pignatelli, ove un volto di donna greca emerge da un tappeto persiano. Nella grande sala dell’Arengo spicca l’autoritratto immersivo di Michelangelo Pistoletto, ma soprattutto l’attenzione è richiamata dalla gigantesca lama del trecentesco affresco staccato di Giovanni da Rimini raffigurante il Giudizio Universale, affacciato sui tetti di Sant’Agostino, da cui proviene, e in prestito temporaneo dalla Diocesi (18 mesi). Valorizzazione e occasione per far nascere una nuova sezione dedicata al Trecento al Museo della Città.

Singolare anche il lavoro di Roberto Coda Zabetta, proveniente da un pavimento temporaneo realizzato a Napoli e qui rigenerato in una finestra di dialogo tra la piazza e il giardino.

Site-specific

Vuol dire fatto appositamente per un luogo. Ed è il caso del wall drawing dell’ingresso, firmato dall’anglo-svizzero David Tremlett insieme ai ragazzi di Sanpa nei colori del Tempio Malatestiano. Un lavoro definito «scultoreo» che non solo si integra, ma «sostiene la storia» (vedere per credere). Altri artisti saranno invitati per commissioni o residenze: Zehra Dogan – fondatrice dell’agenzia giornalistica femminista curda Jinha e già incarcerata dai turchi – sarà la prossima.

Aparte

Al primo e secondo piano due ambienti sono riservati alle mostre temporanee e gestiti dal Comune: Convivium, curata da Annamaria Bernucci e Piero Delucca, ospita i lavori di Francesco Bocchini, Vittorio D’Augusta, Luca Giovagnoli, Marco Neri, Nicola Samorì. Magna Carta, a cura di Massimo Pulini, espone le opere recenti di Denis Riva.

L’orgoglio dell’Emilia-Romagna

«Questo è un tassello che si aggiunge alle tante opportunità che questa regione offre» ha detto il presidente Stefano Bonaccini. «Ogni progetto culturale non è solo un valore aggiunto per la comunità nella quale si inserisce, ma anche un investimento che crea occupazione e opportunità di impresa. Come Regione – ribadisce – abbiamo triplicato i fondi in cultura e continueremo così».

Gran finale con taglio del nastro, benedizione urbi et orbi (presente il cardinale Giovanni Battista Re, oltre al vescovo di Rimini Francesco Lambiasi) e il solito Sgarbi che ruba la scena.

Prezzo e orari

Part sarà aperto dal martedì al venerdì dalle 9.30 alle 13 e dalle 16 alle 19. Sabato, domenica e festivi 10-19. Biglietto 8/6 euro. Fino a domenica porte aperte prenotandosi sul sito palazziarterimini.it.

Una delle sale del Part. Nella gallery sotto alcuni momenti dell’inaugurazione
Argomenti:

letizia moratti

musei

part

rimini

san patrignano

Avatar
About the Author

caposervizio Spettacoli e Cultura

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *