MotoGp, il Gran Premio della sicurezza del Medical Center di Misano

Eraldo Berardi è il responsabile medico del Misano World Circuit, uno dei tanti professionisti che ha fatto della sua passione un lavoro. Anzi, in questo caso il lavoro e la passione diventano una missione, con tutti gli addetti alla sicurezza a correre un Gran Premio parallelo, il loro Gran Premio.

Formazione da grande evento

«Ho lavorato all’ospedale Bufalini di Cesena fino al 2015 – parte Berardi – finché non ho deciso di dedicarmi a tempo pieno a Misano, dove coordino un team di eccellenti professionisti».

Un team che varia a seconda degli eventi e fino a domenica a Misano la squadra del servizio sanitario è composta da circa 90 membri. Un discorso a parte riguarda il Medical Center: una struttura all’avanguardia che non meritava di lavorare solo per i Gran Premi o i motoraduni: dopotutto se hai una Ferrari, è uno spreco tenerla per undici mesi nel garage. «Il Medical Center è una struttura accreditata con il Servizio Sanitario Nazionale e aperta al pubblico – continua Berardi – così può capitare che un paziente sostenga una visita o un esame con un medico che la domenica precedente ha visitato Valentino Rossi dopo una gara».

Quella del Medical Center è stata una intuizione di Berardi: «La mia collaborazione con l’autodromo risale ormai a 25 anni fa e quando nel 2007 è nato il Medical Center ho pensato che fosse un peccato usarlo solo per il Motomondiale. La proprietà del Misano World Circuit è molto reattiva verso le idee nuove e mi ha supportato: il percorso è stato impegnativo, ma ne è valsa la pena. Negli ultimi 4-5 anni c’è stata una esplosione a livello di utenza e stiamo pensando di ampliare ancora il Medical Center».

Piloti, che gente

Il Medical Center gestisce anche la branca sanitaria del Vr 46, mandando una parte dello staff al ranch di Valentino Rossi quando ci sono gli allenamenti: «Negli anni si è creato un bel rapporto di amicizia con i piloti e voglio spendere una parola in più per Rossi – sottolinea Berardi – al di là dell’immagine del campione e del personaggio, in questi anni ho avuto a che fare con una persona squisita, educata e umile».

Com’è curare un pilota a ridosso delle gare? «I piloti sono ragazzi incredibili, gente che vuole correre anche se gli stacchi una gamba. Hanno una soglia del dolore diversa e non vorrebbero fermarsi mai: sono giovani, ma già preparatissimi a livello fisico e mentale».

Il caso Iannone del 2016

Il Medical Center salì alla ribalta delle cronache nel 2016 a Misano, quando Berardi e il suo staff dichiararono Andrea Iannone unfit, ovvero non idoneo alla gara. Seguirono polemiche e sfoghi in serie di uno Iannone all’apice della carriera: «Lì ci fu un frullatore di informazioni che alimentò la confusione – ricorda Berardi – visto che il coordinatore sanitario della MotoGp riteneva Iannone in grado di correre. Però un pilota con due vertebre rotte rischia grosso e la responsabilità di tutti i piloti che corrono in questa pista è mia, dunque lo fermai. Iannone era in gran forma, aveva vinto in Austria qualche settimana prima e si arrabbiò parecchio. Eppure dopo Misano saltò anche Aragon, Phillip Island e il Giappone, a conferma della bontà della nostra decisione. In seguito sono arrivate le sue scuse e le ho apprezzate. Come ricordavo prima, il nostro è un lavoro di squadra e c’è un team di altissimo livello. Tanto per fare un nome: il neurochirurgo Roberto Donati è il responsabile della chirurgia vertebrale dell’Asl Romagna. Poi la decisione finale sui piloti spetta a me ed è una responsabilità che sento in maniera totale».

Provare a fare il pilota

Un suo amico le dice che ha il figlio che vuole fare il pilota: da medico cosa risponde? «Gli rispondo che è giusto che provi – replica Berardi – io ho due figli e sono molto più preoccupato quando vanno in giro in moto per strada. In questi anni a Misano e in tutti i circuiti si è coltivata con i fatti la cultura della sicurezza, un tema centrale che nessuno trascura. Abbiamo fatto passi avanti enormi e con i dirigenti del circuito il confronto è continuo. Faccio un esempio: se vediamo un incidente in qualsiasi altro circuito, iniziamo a ragionare sul nostro, su una via di fuga da migliorare, su un dettaglio da limare e così via».

La morte di Tomizawa

Nel 2010 a Misano durante la gara delle Moto2 perse la vita Shoya Tomizawa, ma le corse in pista andarono avanti. Con tutto il senno di poi, fu una decisione giusta? «All’epoca la decisione di continuare fu legata soprattutto a motivi di ordine pubblico, con 70-80.000 persone al Gran Premio. Ricordo tutto di quel giorno e oggi io sono dell’idea che bisogna fermarsi: quando muore un ragazzo, andare avanti non ha più senso. Dalla morte di Tomizawa, sono stati rivisti i protocolli di sicurezza in pista: fino al 2010 la prima regola era che se un pilota cade, lo prendi, liberi la pista e metti il pilota in sicurezza. Ma anche con tutte le cautele del caso, nelle frenesia questo spostamento immediato poteva creare complicazioni».

Il protocollo di oggi

Oggi come funziona? «Quando un pilota cade in pista, l’addetto radio mi deve comunicare se è vigile o se è incosciente. Se è incosciente, lo stabilizzi sul posto e fermi la corsa. Se è vigile, respira e muove le gambe, parte la procedura di evacuazione».

Gara vinta

C’è stato un giorno in cui vi siete detti: “Siamo stati proprio bravi?”. «Non spetta a me dirlo, però un episodio lo ricordo con piacere e risale alla gara della Moto3 a Misano nel 2018. Al secondo giro alla curva 16, con i piloti ancora tutti vicini, c’è un maxi incidente che ne coinvolge cinque (Masia, Bulega, Canet, Sasaki e Bastianini, ndr). Alcuni hanno delle fratture, ma sono tutti vigili e liberiamo la pista in un lampo, senza bisogno di interrompere la gara. Dalle cuffie sento il commento del direttore di corsa: “Fenomenali!”. Lì sono stato orgoglioso una volta di più della nostra squadra. Sapete, la domenica, è come se le gare le corressimo anche noi. E quel giorno abbiamo vinto».

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