Moscato d’Asti, l’anima del Piemonte nella storia di Ca’D’Gal

Uomini rispettosi, vigne piantate in armonia con la natura e un pizzico di tempo; per fare un buon vino questi sono i tre ingredienti fondamentali, il resto è tecnica, tradizione e attenzione. La storia di Ca’ D’Gal, tra le più interessanti realtà vitivinicole del Piemonte, inizia proprio da qui: da uomini che amano e rispettano la loro terra, da vigne che da quella terra attingono nutrimento ideale, e da vini che grazie alle uve di quelle stesse vigne sanno esprimere la profondità e l’unicità di un connubio esemplare. «Siamo a Santo Stefano Belbo – racconta Alessandro Boido, titolare dell’azienda che conduce insieme alla moglie Carla –, per la precisione in località Valdivilla e, da generazioni, la nostra famiglia è legata a queste colline e al loro essere il cuore pulsante del Moscato d’Asti».

Quella della produzione di vino dolce è una tradizione secolare per la regione del Nord Italia, iniziata, secondo alcuni storici, con il milanese Giovan Battista Croce, che nel XV secolo era proprietario di un vigneto situato tra Montevecchio e Candia. La passione per il nettare di Dioniso lo portò a trasferirsi in Piemonte, dove si specializzò nella produzione di Moscato bianco (vitigno antico proveniente dal bacino orientale del Mediterraneo). Ecco perché, oggi, Croce è di fatto considerato il fondatore della branca enologica piemontese che ha dato origine ai vini dolci, tra i quali primeggia, appunto, il Moscato d’Asti. Alcune tecniche da lui tramandate in un libro editato nel 1606 sono ancora attualissime, dalla spremitura, alla purificazione, fino all’uso del freddo per bloccare la fermentazione.

La memoria

In questo contesto ricco di storia è nata Ca’ D’Gal. «Se è vero che la memoria è la base dei sogni – ricorda Alessandro –, così io, ascoltando mio padre, ho visto nascere il mio. Tra il pacato scetticismo di fronte a ciò che le nuove esperienze e tecnologie enologiche ci portavano a realizzare e la presunta comodità di quel Moscato moderno, si parlava insieme di vigna e di terra, di vendemmie nelle quali l’uva ormai quasi surmatura era preda delle api e gli aromi varietali riempivano l’aria e i polmoni di dolcezza».

Un bel giorno, Alessandro si ritrova a cena insieme al padre e ai mitici “seigiornisti” di Giacomo Bologna (figura istrionica del vino, inventore della Barbera d’Asti), protagonisti di una sei giorni passata a bere, mangiare e cantare senza sosta. «Durante quella serata, conviviale come sempre, ripercorsero nei loro discorsi quelle annate e quel tempo ed io, mentre li ascoltavo, mi ritrovai improvvisamente a pensare che quei ricordi potevano diventare nuovamente realtà. Quella sera – dice il vignaiolo – decisi quali erano le vigne adatte al mio sogno e lo chiamai anche per nome: il vigneto del signor Pierino di Valdivilla e il Brichet sarebbero diventati il “Vigna Vecchia” di Ca’ D’Gal». Da quel lontano 1990, la strada è stata lunga, intensa e costellata di prove e ricerche, di testimonianze e conferme. Al punto che il “Vigna Vecchia” è diventato uno dei bianchi più celebrati d’Italia. «Posso affermare che quel sogno è diventato una realtà concreta – riprende il discorso Boido –, che dimostra in modo inequivocabile come il Moscato possa essere decisamente caratterizzato da un preciso legame con il territorio, possieda una forte personalità e sia in grado di esprimere complessità olfattiva e profondità gustativa, al pari di molte realtà maggiormente blasonate».

Vigneti

La ricerca dei vigneti più adatti, per la famiglia di Ca’ D’Gal, è stato un lavoro lungo e complesso, ma che alla fine ha portato i suoi risultati, con piante anche di oltre 50 anni d’età, su terreni bianchi e leggeri, ricchi di sabbia e dalle esposizioni ideali, che uniscono a produzioni meno abbondanti, la struttura e la longevità di una qualità costante nel tempo.

«Il progressivo lavoro di rigorosa selezione della produzione aziendale che abbiamo messo in atto dal 1997 – conclude Alessandro –, ci ha permesso di esprimerne al meglio tutte le potenzialità, soprattutto in termini di ricchezza delle componenti olfattive e gustative».

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