Era nato il 19 marzo 1941, nel giorno della Festa del Papà, e i suoi 79 anni di vita sono stati la testimonianza di come non si trattasse di una coincidenza. Oltre che di Massimo e Francesco (che a Rimini per tutti sono da sempre semplicemente Macio e Checco), nella sua esistenza Lino Tonti è stato infatti il padre ideale di tantissime persone. Un padre spirituale nel primo periodo, quello in cui uscì dal Seminario come sacerdote e negli anni Sessanta e inizio Settanta indossò l’abito talare alla parrocchia di San Nicolò. Senza però mai abbandonare né la Chiesa, né la cura del prossimo quando lo svestì perché innamoratosi di Marina Severi, che sposò e con cui diede appunto alla luce i due figli. Fino all’ultimo giorno, fino alla serata di sabato, quando il suo cuore si è fermato per sempre in un letto dell’Ospedale Infermi: era ricoverato da qualche giorno, positivo al Covid-19, ma sono state le patologie pregresse a determinarne purtroppo la morte. «Il suo segno distintivo è stato l’aver rotto tanti confini: grazie al suo cuore generoso e all’approccio alle cose aperto ed elastico è riuscito infatti a stare in contatto con i mondi più diversi e variegati: è stato sacerdote e quando ha lasciato il ministero presbiterale non solo non è uscito dalla Chiesa, ma ha anzi sempre mantenuto rapporti vitali al suo interno e contatti con gli altri studenti del seminario. Proprio sabato, prima di morire, nel letto d’ospedale ci chiedeva se era andata bene la procedura per l’investitura a vescovo di un suo ex compagno che Papa Francesco ha fatto poi nella giornata di oggi (ieri ndr)» raccontano i figli.

Sono tanti gli insegnamenti che ricordano invece i figli e gli aneddoti che testimoniano quanto il genitore abbia inciso sulla storia cittadina. Negli anni Settanta, strinse ad esempio rapporti molto aperti e sinceri con Giamario Lenisa, un personaggio politico di estrema sinistra, e non era certo usuale che un uomo di Chiesa andasse nella sede di Lotta continua e presenziasse al suo funerale. «Il suo stile di vita è riassunto in una frase di Sant’Agostino che ci ripeteva sempre, “Ama e fa ciò che vuoi” e questo tenere aperto un dialogo del genere in tempi di grande tensione politica ne è la testimonianza» aggiungono Macio e Checco. Così come l’essere stato nel 1995 uno dei fondatori insieme fra gli altri a don Filippo Di Grazia della nascita di un’associazione di laici e cattolici gay, il gruppo “Narciso e Boccadoro”.

Lino è stato poi per tantissimi anni vice preside all’Istituto Einaudi, un vice preside tanto amato che ancora oggi i suoi ex allievi lo contattavano e gli inviavano messaggi di affetto. «La parola insegnare significa “lasciare un segno”: è quello che lui ha fatto anche nei contatti fugaci. Sapeva aprire il cuore a persone di ogni livello ed è stato sempre tale sia quando ha incontrato il Papa che con i barboni: per questo oggi tanti lo ricordano come un punto di riferimento. Il lascito che lascia a tutti è la capacità di distogliere l’attenzione da sé per rivolgerla agli altri» concludono i figli, osservando la foto di famiglia fatta quando erano bimbi in un circo. Da sacerdote, Lino aveva battezzato proprio nel suo tendone il figlio di Moira Orfei e li aveva portati a conoscerla. Poi aveva fatto fare all’intera famiglia un corso da clown e ha sempre detto che prima di morire gli sarebbe piaciuto suonare la tromba in un circo. Non ci è riuscito, ma anche in quello ha lasciato il segno: oggi il figlio Francesco è un docente di clowneria.

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