Morti sospette in corsia a Lugo, chiesto un altro ergastolo

Un’ora e mezzo di requisitoria per ripercorrere le circostanze di un ricovero avvenuto ormai sei anni fa e finito con la morte improvvisa del paziente che stava per essere dimesso. Tappe che conducono ancora una volta a Daniela Poggiali. L’ex infermiera dell’ “Umberto I” di Lugo – attualmente in attesa della Cassazione per la nota vicenda relativa il decesso della 78enne Rosa Calderoni – è considerata dalla Procura responsabile di un altro omicidio in corsia: quello che il 12 marzo 2014 è costato la vita al 95enne Massimo Montanari. Così ieri mattina davanti al giudice per l’udienza preliminare Janos Barlotti, in quei circa 90 minuti di discussione, il sostituto procuratore Angela Scorza – titolare del fascicolo aperto con il procuratore capo Alessandro Mancini – ha chiesto la condanna all’ergastolo per la 47enne di Giovecca di Lugo. Il massimo della pena, “scontato” dell’isolamento diurno grazie al rito abbreviato, alla luce di un capo d’imputazione che la vede accusata di omicidio pluriaggravato e peculato per essersi appropriata, in qualità di operatrice sanitaria, di farmaci in grado di uccidere.

Il movente

Quelle sostanze letali, la Poggiali le avrebbe iniettate al paziente con un preciso movente: l’anziano era l’ex datore di lavoro del fidanzato, col quale la donna aveva avuto una discussione qualche anno prima. Era il 3 giugno del 2009 e l’infermiera aveva minacciato di morte sia lui che la segretaria, con frasi che l’accusa ritiene affatto casuali: «Fate in modo di non capitarmi sotto, perché vi faccio fuori».

La notte del decesso

Era bastato attendere, e quel “capitare sotto” per l’accusa si era concretizzato, appunto, cinque anni dopo. Montanari era stato ricoverato il 6 marzo 2014 per uno scompenso cardiaco finendo nel reparto di Medicina del nosocomio lughese, dove lavorava l’infermiera. Le sue condizioni erano però in miglioramento, tant’è che per il paziente, considerato in buone condizioni, erano state disposte le dimissioni il 13 marzo mattina.

Una pura coincidenza dà il via a circostanze che per l’accusa sono tutt’altro che casuali. La Poggiali rientra dalle ferie l’11 marzo e scopre che Montanari è ricoverato al settore D, prospiciente al suo. Allora insiste per sostituire l’infermiera di turno nel “giro delle glicemie”. Nonostante le proteste della collega, la notte del 12 marzo entra nella stanza in cui è ricoverato l’anziano. A quel punto i tempi sono serrati: il 95enne muore tra le 22 e le 22.15, poco dopo un’iniezione praticata dalla Poggiali, la quale, si allontana dalla camera per fare ritorno qualche istante più tardi, secondo l’accusa nel chiaro intento di scongiurare manovre di rianimazione.

L’ipotesi del cloruro di potassio

Ma che cosa ha ucciso Montanari? La Procura esclude l’infarto (i compagni di stanza non si sono accorti di nulla) né un’aritmia (considerato che l’anziano nel 2012 era stato dotato di pace maker). L’ipotesi allora tira in ballo il cloruro di potassio, letale in pochi minuti e non individuabile nel lungo periodo. È la storia che riporta al processo per la morte di Rosa Calderoni, datata 8 aprile di quello stesso anno, in una scia di decessi – anche questo è emerso ieri in aula illustrando la cornice dei fatti – che secondo una consulenza statistica disposta all’epoca dall’ospedale, vedeva il tasso di mortalità duplicare quando di turno c’era la 47enne. Anche per questa ragione l’Ausl si è costituita parte civile, chiedendo una provvisionale di 50mila euro.

A partire da queste argomentazioni che puntano su un compendio probatorio fatto di indizi molteplici, la difesa – rappresentata dagli avvocati Lorenzo Valgimigli e Gaetano Insolera – avrà tempo fino alla prossima udienza per controbattere al fine di dimostrare l’innocenza della Poggiali.

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