Morte in corsia, la Cassazione: “assoluzione Poggiali illogica”

La dose sub letale di potassio, il campione di sangue ricondotto alla vittima, il deflussore rinvenuto nel locale ex cucina oltre all’inquietante statistica sulla media dei decessi in corsia, più che raddoppiata quando Daniela Poggiali era di turno all’Umberto I di Lugo. Sono questi quattro gli aspetti essenziali sui quali la Corte di Cassazione ha annullato per la seconda volta l’assoluzione dell’ex infermiera oggi 48enne, in merito all’accusa di avere ucciso l’8 aprile 2014 la paziente di 78 anni Rosa Calderoni.

Nel documento depositato ieri – una trentina di pagine firmate dal presidente Paolo Antonio Bruno – si coglie una netta sferzata degli Ermellini nel ricordare ai giudici della Corte d’assise d’appello di Bologna, chiamati a pronunciarsi per la terza volta, che qualora una sentenza di condanna in primo grado venga ribaltata – come in questo caso dall’eragastolo all’assoluzione – ci si attende «una motivazione puntuale e adeguata, che fornisca una razionale giustificazione della difforme conclusione adottata». Non sarà quindi un processo da rifare in toto, come invece la Suprema Corte aveva stabilito il 20 luglio 2018 disponendo di «procedere ad una rinnovata valutazione dell’intero compendio indiziario». Nonostante ciò, i nuovi esami che i giudici romani si aspettano dall’Appello ter sono corposi.

L’avvelenamento da potassio

Il primo fra gli aspetti analizzati per giustificare l’annullamento dell’assoluzione, rappresenta il fulcro delle accuse: cioè la somministrazione di due fiale di cloruro di potassio, che la Poggiali si sarebbe procurata (da qui anche il peculato) per uccidere la paziente. Il movente, per l’accusa: voleva allontanare da sé i sospetti per le morti precedentemente causate durate i suoi turni di notte.

Non cambia, secondo i giudici, quale sia stata la modalità di introduzione della sostanza, se in dose massiccia o «non massiva»; i giudici felsinei non avrebbero verificato se «anche una dose modesta di cloruro di potassio avrebbe potuto destabilizzare con esiti funesti il già fragilissimo equilibrio metabolico della vittima». Si sarebbero invece limitati «a saggiare il mero profilo teorico dell’affidabilità scientifica» delle «diverse tesi in competizione» affidate agli esperti.

Un’operazione «indispensabile» perché non c’è certezza «sulle decisive variabili della quantità di potassio effettivamente somministrato e della velocità di infusione». Per questo, insomma, occorre un nuovo esame per capire «la specifica ricaduta di una somministrazione di cloruro di potassio» sulla situazione clinica della 78enne, anche in dose non letale, in forma diluita (come la concentrazione trovata nel deflussore), o con un’infusione lenta.

Il sangue della vittima

Viene bollato come «scheletrica motivazione» il capitolo con cui la Corte bolognese scarta le stime sulla quantità di potassio presente nel sangue della vittima al momento della morte. Una valutazione che avrebbe «disatteso» quanto richiesto dopo il primo annullamento dell’assoluzione. E che avrebbe invece dato per certo che il campione di liquido ematico sottoposto ad analisi era riconducibile alla Calderoni, «non sulla base di evidenze fattuali dirette» ma solo alla luce di un’etichetta apposta sulla siringa dalla stessa Poggiali, a prelievo già eseguito.

Torna quindi il dubbio che il sangue analizzato non fosse della 78enne. E per questo, il «nuovo esame» dovrà tenere conto «di tutte le evidenze disponibili nel caso concreto, tra le quali l’affidabilità del “metodo Tagliaro” sulla quantità di potassio riscontrata nell’umor vitreo, ma anche «le modalità di custodia del sangue» nell’intervallo «tra l’estrazione e l’inoltro al laboratorio di analisi».

Il deflussore

Altro punto è il deflussore recuperato nei locali ex cucina il giorno della morte. «Apodittica, congetturale, illogica e contraddittoria». Sono i giudizi che smontano le motivazioni dell’Appello bis chiedendo di colmare «le carenze argomentative» e correggere «i difetti di logicità» nel sostenere che il deflussore rinvenuto dal dottor Taglioni, dirigente dell’Ausl Romagna, fosse stato manomesso, andando anche a «travisare» le dichiarazioni dei testi sentiti durante il processo.

La statistica sulle morti

Infine ritorna la consulenza statistica disposta dalla Procura (le indagini all’epoca furono coordinate dal procuratore capo Alessandro Mancini e dal pm Angela Scorza), che avevano accertato che a fronte di una mortalità media di 52 decessi nel reparto di Medicina di Lugo, durante i turni della Poggiali le morti erano state 139. Dati che sono stati esclusi dalle prove. Ma l’Appello bis – ultimo affondo della Suprema Corte – «non avrebbe dovuto e potuto sottrarsi al compito di prenderli comunque in considerazione».

I colpi di scena in cinque processi tra ergastolo e assoluzioni

RAVENNA. Condannata all’ergastolo l’11 marzo 2016 dalla Corte d’Assise di Ravenna presieduta dal giudice Corrado Schiaretti, Daniela Poggiali è accusata di omicidio volontario pluriaggravato e di peculato, per essersi apropriata di due fiale di cloruro di potassio per uccidere l’8 aprile del 2014 Rosa Calderoni.

Il primo colpo di scena risale al 7 luglio 2017, quando la Corte d’assise di appello di Bologna assolve l’imputata perché “i fatti non sussistono”. Si arriva al 20 luglio 2018, quando la Prima Sezione della Corte di Cassazione annulla la sentenza, rinviando il processo a una nuova sezione della Corte d’assise di appello, chiedendo di procedere «ad una rinnovata valutazione dell’intero compendio indiziario».

Il 23 maggio dell’anno successivo arriva la seconda assoluzione, con ulteriori colpi di scena, come la trasmissione degli atti alla Procura di Ravenna ravvisando la possibilità di una sorta di complotto contro l’infermiera, ipotizzando i reati di simulazione di reato e calunnia.

Ultimo capitolo è il nuovo annullamento della Suprema Corte del 18 settembre scorso, che ora porterà la 48enne (assistita dagli avvocati Lorenzo Valgimigli e Gaetano Insolera) all’Appello ter a Bologna.

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