Morte di Pantani, anche il pusher dell’ultima dose in Procura

E dopo mamma Tonina, un altro protagonista della storia infinita sulla fine di Marco Pantani è tornato per la terza volta negli uffici della procura della Repubblica all’ultimo piano del palazzo di giustizia di Rimini. Si tratta di Flavio Miradossa, il pusher napoletano fornitore di fiducia di cocaina al Pirata. Anche lui si è accomodato come persona informata sui fatti, davanti al pubblico ministero Luca Bertuzzi che con il procuratore capo Elisabetta Melotti ha aperto l’ennesimo fascicolo per “omicidio a carico di ignoti”. Inchiesta divenuta di dominio pubblico dopo l’audizione della madre del Pirata arrivata in Tribunale accompagnata da uno dei nuovi legali, l’avvocato Fiorenzo Alessi che l’assiste con il figlio Alberto. Un atto dovuto quello della Procura riminese, che porta come data di apertura il 2019, seguito alla trasmissione degli atti a Rimini della Commissione Antimafia dove il generale della Guardia di finanza in pensione Umberto Rapetto, ha raccontato una verità già smentita da due sentenze passate in giudicato. Marco Pantani è morto stroncato da un’overdose non di cocaina di cui si era assuefatto grazie al suo fisico da atleta ma dei tanti farmaci antidepressivi che da tempo si stava imbottendo. Così come avvenuto davanti all’Antimafia il già condannato Miradossa non avrebbe raccontato nulla di nuovo a quanto già di conoscenza della Procura riminese dopo la sua sparata in Commissione: «Per capire chi ha ucciso Marco bisogna seguire i soldi». Prove offerte? Nessuna. Il caso Pantani è la riprova della “farraginosità” della macchina giudiziaria italiana. In nessun Paese al mondo, dopo due sentenze, si costringe una Procura a incardinare un caso solo perché qualcuno ha scambiato la Commissione Antimafia per la sala ricreativa di un bar dove ha ragione chi la spara più grossa.

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