Morì a 35 anni dopo diagnosi errata a Ravenna: familiari risarciti

Hanno atteso 14 anni per sentirsi dire finalmente da un giudice quel che loro avevano sostenuto fin dal primo giorno. E cioè, che il loro caro si sarebbe con buona probabilità salvato se solo i medici che lo avevano visitato lo avessero sottoposto a tutti gli accertamenti previsti dalle linee guida medico-sanitarie. I familiari di Giovanni Consiglio, 35enne morto il 20 aprile del 2008 all’ospedale di Ravenna per una dissecazione dell’aorta diagnosticata in ritardo, non hanno mai perso la speranza. Non lo hanno fatto quando nel 2013 il processo penale per omicidio colposo si è chiuso con l’assoluzione della guardia medica che durante la visita a domicilio sbagliò diagnosi, sconsigliando al paziente di andare subito al pronto soccorso; e nemmeno quando, l’anno dopo, la causa contro l’Ausl si è chiusa a loro sfavore, con il rigetto della richiesta di risarcimento. E’ di mercoledì scorso il deposito delle motivazioni con le quali ora la Corte d’Appello di Bologna ha ribaltato in toto la sentenza civile, riconoscendo la responsabilità dell’azienda sanitaria e condannandola a un risarcimento milionario nei confronti della moglie, dei due figli, nonché della madre, della nonna e del fratello del defunto, tutti tutelati dall’avvocato Rocco Guarino.

Le visite e la morte improvvisa

Un dolore, quello vissuto dalla famiglia di Consiglio in tutti questi anni di udienze e ricorsi, che riporta alla mattina ormai lontana: quella in cui il 35enne si svegliò lamentando dolori fortissimi, dalla gola allo stomaco. Da casa parte una prima chiamata alla Guardia medica, poi una al 118, che arriva subito con l’ambulanza. L’infermiera prende nota dei sintomi, ma è la stessa guardia medica, sopraggiunta poco dopo, a non ritenere opportuno il trasferimento al pronto soccorso, diagnosticando una sospetta gastroenterite. Nei minuti successivi accade qualcosa di insolito: l’infermiera non è convinta della decisione presa dal dottore, e tornata in ospedale si sente in dovere di ricontattare telefonicamente il paziente, raccomandando di recarsi comunque al nosocomio per approfondire le analisi. Il 35enne segue il consiglio, ma dalla lastra al torace e dagli esami del sangue non emerge nulla riconducibile a un sospetto infarto del miocardio. L’uomo torna a casa, ma la sera stessa torna al pronto soccorso. Perde sangue e non si regge in piedi. I medici ripropongono gli stessi accertamenti e fanno richiesta per una visita proctologica. Morirà alle 23.50.

Perizie controverse

La causa della morte viene attribuita a un “tamponamento cardiaco dovuto alla rottura dell’aorta dissecata”. Sarà il medico legale Adriano Tagliabracci a definire i sintomi come “atipici”, sostenendo in sintesi che il paziente non si sarebbe salvato a prescindere dalla diagnosi della guardia medica. E’ un parere che vale l’assoluzione sotto il profilo penale del dottore, unico finito a giudizio per omicidio colposo, e dichiarato innocente nel 2013. L’anno successivo anche la causa civile si chiude a sfavore dei familiari. Passano altri 6 anni prima che si riapra un nuovo spiraglio: perché nel 2020 la Corte d’appello chiede nuovi chiarimenti ai periti. Sono delucidazioni che rispolverano linee guida internazionali e letteratura specifica, e le comparano con le decisioni prese dai medici dell’ospedale di Ravenna in quel lontano 20 aprile. Quel giorno – questo il responso degli esperti – a fronte a un dolore “tipico” perché «improvviso, forte e migrante», al paziente non fu fatto l’esame dei polsi, accertamento che avrebbe portato a disporre una tac, dalla quale sarebbe emerso con certezza il problema. E a quel punto sarebbe stato possibile entrare d’urgenza in sala operatoria e salvare il 35enne. Certo – ravvisano i giudici del secondo grado –, i medici furono indotti in errore dalla diagnosi sbagliata della guardia medica che avrebbe senza dubbio dovuto «porsi il dubbio della necessità di esami più approfonditi»; ma a loro volta avrebbero dovuto quantomeno tenere in osservazione il paziente, come previsto, per 12 ore. Avrebbero potuto agire in tempo anche notando la perdita di sangue. E a quel punto – è la conclusione che ora porta al risarcimento per i parenti di Consiglio – le cose sarebbero andate diversamente.

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