Fellini con Leopoldo Trieste e Moraldo Rossi

RIMINI. «Ero amico di Fellini e lui mi ha dedicato un personaggio. Senza Moraldo non ci sarebbero stati i vitelloni, e Moraldo ero io».
In (quasi) tutto e per tutto Moraldo: Moraldo Rossi. Classe 1926, nato il 7 maggio a Venezia, fratello maggiore dell’attrice Cosetta Greco. Il sesto vitellone. L’amico di Fellini che ne diventò segretario di edizione nel primo film, Lo sceicco bianco (1952), poi assistente alla regia ne I vitelloni (1953), La strada (1954), Il bidone (1955), Le notti di Cabiria (1957).
Moraldo Rossi ha festeggiato da poco i 94 anni e ancora ha voglia di raccontare di quella lontana amicizia e collaborazione che dopo una decina di anni intensi terminarono con una rottura, ma si sa come vanno le cose della vita… Allora eccolo qua, il sesto vitellone: dall’altro capo del telefono. Voce squillante, i ricordi che vanno e vengono, si mescolano come carte da gioco, ma il castello riesce a stare in piedi grazie all’apporto di Paolo Silvestrini, l’amico assistente che gli sta accanto da tempo.
Vi siete mai chiesti perché uno dei cinque vitelloni dell’omonimo film si chiami Moraldo? Mentre gli altri hanno nomi piuttosto comuni, e tranne il caso del personaggio di Fausto interpretato da Franco Fabrizi (ma la parte doveva essere dell’attore Fausto Tozzi) hanno lo stesso nome degli attori? Alberto per Alberto Sordi, Riccardo per Riccardo Fellini (fratello del regista), Leopoldo per Leopoldo Trieste. E poi c’è appunto Moraldo, interpretato dallo straordinario Franco Interlenghi: il più pensieroso, e timido, del gruppo di provinciali che bighellonano nella piccola località di mare, sguazzando tra grandi sogni e irresolutezza delle loro vite. È il vitellone che alla fine del film, unico a farlo, lascia la provincia per un altrove: «Parlavamo sempre di partire, ma uno solo, una mattina, senza dir niente a nessuno, partì davvero…».
Quello è Moraldo: e dietro al personaggio c’è sì il Fellini che lascia Rimini per la grande città, Roma. Ma il vero ispiratore del personaggio è appunto l’amico Moraldo Rossi. «Mi chiamava Mac Morald, io lo chiamavo Frederic. Nel film raccontava se stesso ma lo faceva attraverso me».
Anche la parte doveva andare proprio a lui, a Moraldo Rossi. «Mi fece anche dei provini».
Stessa cosa successa per il film successivo, La strada, dove l’amico era stato in lizza per la parte del Matto, il funambolo che sarà ucciso nella lite con Anthony Queen-Zampanò: la parte in questo caso andò all’attore americano Richard Basehart, e pare che fu anche Giulietta Masina a spingere per questa scelta.
Ecco come lo stesso Rossi ha raccontato una decina di anni fa la vicenda de La strada (film iniziato a concepire prima de I vitelloni) al critico Tatti Sanguineti nel libro “Fellini & Rossi. Il sesto vitellone” (2001): «Un giorno, durante i soliti giri sulla Cassia, Fellini fece fermare l’auto guidata dall’autista di Gherardi, accanto ai ruderi di un antico casolare. Mi piazzò come si fa coi burattini ora contro un muro, ora sdraiato sulla paglia e mi fece scattare da Gherardi una serie di fotografie. “Stai buono, fatti fotografare, perché tu dovrai interpretare il ruolo del Matto”. Questo il suo annuncio. Mi fece indossare una camicia bianca di pizzo, mi truccò e mi piazzò».
Quanto a I vitelloni, «la sera in cui lessi il soggettino trasecolai – ricorda ancora Rossi nel testo raccolto da Sanguineti –. Era nato un altro personaggio delineato sui miei contorni ma con riferimenti chiaramente autobiografici, e tale sovrapposizione mi lusingava. Il Moraldo di quelle poche pagine era metà lui, metà me».
Il vero Moraldo decise però di rinunciare alla parte e di fare invece l’aiuto regista (nel film precedente, Lo sceicco bianco, era stato “solo” segretario di produzione). Del resto lui dentro il film c’era, c’era eccome. C’era come c’erano stati i racconti condivisi con l’amico Federico sulle vitellonate dei ragazzi di provincia. Racconti che iniziarono al termine delle riprese dello Sceicco bianco, quando si era formato il trio di amici: Federico Fellini, Moraldo Rossi e Leopoldo Trieste. «Leopa ci travolgeva di variopinte narrazioni delle sue peripezie amorose. Io propinavo a Federico quelli sulla mia Mestre, sulle mie imprese (anche acrobatiche, ndr), che erano poi quelle dei vitelloni veneti».
Si viveva soprattutto di notte, un girovagare continuo, all’avventura, a bordo della mitica Studebaker. «Ricordo quella volta che gli dissi di avere sognato che facevo l’amore con Giulietta. Lui lo trovò divertente – racconta Rossi durante la nostra telefonata –. Parlavamo spesso di sogni. Una volta invece lo accompagnai anche a Rimini, stavamo al Grand Hotel».
Ma oggi cosa direbbe Moraldo a Federico se per miracolo potesse ritrovarselo davanti?
«Gli direi non rompere le scatole» risponde con divertita malizia. E senza dimenticare di aggiungere che lui, nei lavori dell’amico Federico, non è solo il Moraldo dei Vitelloni e un po’ l’ispiratore anche del Matto de La strada: Moraldo è infatti di nuovo personaggio nel trattamento Moraldo in città: doveva essere un po’ il seguito de I vitelloni ma non divenne mai un film. Però apre la strada al racconto de La dolce vita. E dopo il personaggio un po’ alter ego di Moraldo arriverà il Guido di Marcello (Mastroianni).
Moraldo Rossi, che dopo l’esperienza con Fellini fu lui stesso regista, sceneggiatore, ancora aiuto regista, diresse anche circa duemila caroselli tra cui le celebri serie della Birra Peroni («Chiamami Peroni, sarà la tua birra») e dei materassi Permaflex ideate da Armando Testa.
Grande testimone della vita sul set e fuori dal set di Federico Fellini, divenne in qualche modo amico di Alberto Sordi dopo che durante le riprese de I vitelloni lui gli aveva dato dello stronzo (improperio che l’attore romano era solito rivolgere a man bassa a chiunque): «Lo attaccai, lo volevo menare. Ci fece riappacificare Fellini». Del resto quella propensione alla provocazione di Sordi (di cui il 15 giugno ricorre il centenario della nascita) era un po’ un marchio di fabbrica e rende più facile attribuirgli la paternità del gesto dell’ombrello durante la celebre battuta «Lavoratori…!».
«Quel braccio piegato fu una sua invenzione» assicura Moraldo Rossi.

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