«Tutto il mondo ad Area Sismica, epicentro metropolitano in provincia»

«Tutto il mondo ad Area Sismica, epicentro metropolitano in provincia»
photo by Peter Gannushkin

FORLÌ. Iniziata qualche settimana fa, quella che si concluderà nella primavera del 2020 è la stagione del trentennale di Area Sismica, luogo di culto per gli appassionati di musiche “extra ordinarie”. Inutile descrivere o etichettare in un genere predefinito ciò che normalmente Area Sismica propone, poiché spazia dalla musica contemporanea a quella elettroacustica, dal jazz all’improvvisazione radicale.
Il comune denominatore è lo spostamento, la fusione dei confini dei vari generi musicali. Fu Gionni Gardini assieme ad altri amici a creare Area Sismica nel 1991, a cui si aggiunse nel 1994 Ariele Monti, ora direttore artistico. Insieme a quest’ultimo ripercorriamo i trent’anni di questa storica realtà del nostro territorio.

Monti, cos’era Area Sismica nel 1991? E cosa è diventata oggi?
«In questi 30 anni Area Sismica ha cambiato pelle più volte e fin da subito al suo interno si sono susseguite diverse figure che, viste in prospettiva, fanno parte di un mosaico che non si completerà mai, perché alla base vi è una curiosità/volubilità rispetto alla musica quasi famelica. È il contesto del presente che ci interessa e inevitabilmente in questi trent’anni di mutazioni dal punto di vista artistico ne sono occorse parecchie, viste quelle accadute nel mondo a tutti i livelli. Non ci interessano gli ambiti legati all’intrattenimento per vari motivi, ma principalmente perché uno dei fini è distrarre, evitare il contatto tra arte e vita, che invece è lo snodo a cui noi rivolgiamo lo sguardo. Anche cadere nella trappola nostalgica è un pericolo che ci prefissiamo di evitare il più possibile. Con l’aumentare dell’età, il potere evocativo della musica è stato “fatale” per la curiosità di tanti appassionati».

Nel giro di pochi anni dei ventenni trasformano un paesino sulle colline di Forlì prima nel punto di riferimento della musica d’avanguardia in Italia poi in una delle venue più importanti d’Europa, spesso unica data nel Vecchio continente dei tour mondiali. Il segreto?

«Nel corso di questi decenni musicisti dalla caratura internazionale hanno parlato pubblicamente o anche scritto dei motivi che li porta a voler suonare ad Area Sismica e sono tutti molto lusinghieri, a partire dalla qualità della programmazione, dalla passione e calore dello staff o dalla volontà di portare il mondo intero nel nostro piccolo centro, anziché fuggirne, creando un epicentro metropolitano in provincia. Ma penso che il vero segreto (di Pulcinella) sia meno esoterico: semplicemente li prendiamo per la gola, sfruttando le tradizioni enogastronomiche della Romagna…».

Ad Area è passato il meglio del meglio dell’avanguardia, da Fred Frith a Peter Evans e Joe McPhee, da Rob Mazurek agli Henry Cow, fino a Yannis Kyriakides e Stefano Scodanibbio. C’è ancora un sogno nel cassetto da realizzare, un artista che prima o poi vorreste portare a Ravaldino?

«Ce ne sono sempre di nuovi e diversi. In ogni ambito musicale del presente si affacciano anime bellissime che hanno qualcosa da dire a chi ha voglia di ascoltare. La sfida sta nel trovare qualcosa di vero nel linguaggio a noi caro, la musica. Mentre geograficamente parlando è il Giappone che offre da sempre un punto di vista altro che ci attrae fortemente, ma in questo caso entrano in campo difficoltà logistiche che fanno sì che molti della nuova scena musicale del sol levante rimangano un sogno del cassetto, anche se a volte incastri sorprendenti si compiono».

In trent’anni com’è evoluto il pubblico di Area Sismica? Le nuove generazioni sono curiose della vostra proposta musicale?

«La più grande soddisfazione degli ultimi anni è vedere le giovanissime generazioni che frequentano i nostri concerti, di qualsiasi ambito sonoro siano. C’è la percezione che abbiano finalmente guardato attraverso la sottile violenza mediatica che tenta di far credere che certi approcci alla musica abbiano ancora qualcosa da dire alle pulsioni giovanili. La trasversalità del nostro pubblico è poi aumentata anche per un evento molto potente dal punto di vista divulgativo, il Forlì Open Music, festival che proponiamo in centro a Forlì da qualche anno a questa parte, così come per la collaborazione su più livelli con gli istituti scolastici del forlivese».

Che cosa occorrerà, in questi tempi di omologazione sempre più spietata, per costruire i prossimi trent’anni di Area Sismica?

«Tutto passa dalla volontà di chi ci rappresenta politicamente. Penso che questi 30 anni di Area Sismica siano un esempio di come le politiche culturali hanno un grande effetto sul territorio quando sono frutto di un investimento a lungo termine, di una visione che vada oltre al facile consenso del grande evento di intrattenimento, che, per carità, deve esserci, ma non può essere l’unico fattore in campo. Per cui, oltre a masticare bene e stare attenti agli spifferi, per arrivare al 60° anniversario sarà fondamentale fornire la reale percezione della portata di Area Sismica a chi si sussegue nel governare le politiche culturali».

E oggi arriva Jaimie Branch

FORLÌ. Un pilastro della scena jazz di Chicago e ora anche un’aggiunta recente e attiva alla scena newyorkese, Jaimie Branch è una trombettista d’avanguardia nota per i suoi «suoni spettrali», come dice il New York Times. Sarà lei con Fly or die l’ospite di oggi di Area Sismica: alle 18 per la rassegna realizzata con il sostegno di Mibac, Regione Emilia-Romagna, Comune di Forlì e Fondazione Cassa dei Risparmi.
Accompagnano la trombettista Lester St Louis al violoncello, Jason Ajemian al contrabbasso e Chad Taylor alla batteria.
La formazione classica di Branch e la sua «voce unica capace di trasformare ogni ensemble di cui fa parte» (secondo Jazz Right Now) ha contribuito a una vasta gamma di progetti non solo nel jazz ma anche nel punk, nel noise, nell’elettronica e nell’hip-hop. Il lavoro di Branch come compositrice e produttrice, oltre a quello di sideman per personaggi come William Parker e Matana Roberts, è tutto in mostra nel suo album di debutto Fly or die, una corsa dinamica di 35 minuti che invita gli ascoltatori ad aprire le loro menti a una musica che non conosce genere, sesso, limiti.
Ingresso 15 euro

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