Moglie avvelenata col caffè: a processo il cuoco faentino

Non bastavano le passate violenze già sopportate, le minacce di morte con la promessa di seppellirla viva se non avesse fatto “la brava”. A prescindere da come si fosse comportata, l’ex moglie doveva morire. E per ucciderla, secondo l’accusa, Remigio Scarzani avrebbe escogitato il metodo più subdolo: calarsi nella parte del marito amorevole, nonostante la separazione, e servirle ogni giorno una tazzina di caffè avvelenato. Un mix letale preparato usando gli stessi farmaci che la donna assumeva, ma che sovradosati e miscelati a puntino l’avrebbero di certo uccisa. Arrestato l’1 ottobre dell’anno scorso, il cuoco 48enne originario di Faenza, è finito direttamente a processo con un decreto di giudizio immediato vergato dal giudice per le indagini preliminari Janos Barlotti. E ieri per lui si è aperto il dibattimento davanti al collegio penale presieduto dal giudice Cecilia Calandra, dove l’ex moglie, assistita dall’avvocato Laerte Cenni, si è costituita parte civile.

Minacce di morte

Il movente, secondo l’ipotesi accusatoria formulata dal sostituto procuratore Cristina D’Aniello, sarebbe il rancore. Quello provato in seguito alla decisione della moglie di mettere fine al matrimonio dopo avere scoperto nel 2017 che l’uomo aveva una relazione extraconiugale. Non solo. La donna rivendicava il proprio diritto di fare la mamma; rappresentava insomma “l’ostacolo” che gli impediva di ottenere l’affidamento esclusivo della figlia, nell’ottica del futuro divorzio.

Erano così iniziate le violenze, fisiche e psicologiche, che sommate sono confluite nell’accusa di maltrattamenti in famiglia. Le diceva di avere «già ucciso persone in Somalia» durante una missione militare, di non avere risparmiato «donne incinte», di non avere «alcuna pietà per gli esseri umani». Un’attitudine finalizzata a soggiogarla, e riscontrata anche nei plurimi messaggi trovati nel telefonino della vittima, nei quali la avvisava, “adesso inizia davvero ad avere paura, io non ti mollo più, io adesso ti faccio vivere una vita d’inferno, se quella prima ti sembrava brutta adesso te la faccio pagare tutta”. Nel messaggio “o con me o con nessun altro” si comprende come avesse fatto il 48enne ad avere libero accesso all’abitazione della ex, a Brisighella, nonostante la separazione. Ed è nel corso di questi continui accessi che, nel 2019, si sarebbero verificati abusi sessuali, poi descritti dalla donna come rapporti concessi sotto minaccia o ottenuti con la forza.

Il delitto perfetto

E’ a partire dal settembre scorso, però, che qualcosa è cambiato nell’atteggiamento dell’ex marito. Frasi tipo “o fai come dico io o non vivi più” improvvisamente si sono fatte rare fino a sparire. Anche le violenze del luglio precedente, come la mano stretta al suo collo, sono cessate. Da incubo quotidiano, Scarzani è diventato premuroso. Ma proprio la sua insolita gentilezza, unita all’insorgere di particolari problemi di salute, ha insospettito la vittima. Da alcune settimane aveva iniziato ad avvertire malessere, dolori alla testa, formicolio e paralisi alle gambe, la memoria vacillava. Finché una mattina, nel controllare la tazzina di caffé che l’uomo aveva iniziato a prepararle con quotidiana costanza, ha notato qualcosa di strano sotto lo zucchero. E’ stata provvidenziale l’intuizione dei carabinieri della Stazione di Brisighella, che hanno attivato i colleghi del Nucleo Investigativo.

La telecamera nascosta nella cucina di casa ha filmato quello che per la Procura era un diabolico piano omicidiario: sapendo che la moglie assumeva un farmaco anticoagulante, il 48enne avrebbe deciso di somministrarglielo di nascosto, consapevole degli effetti nocivi dovuti al sovradosaggio. Frammentata la pasticca, la copriva con lo zucchero, posizionando la tazzina nella macchinetta sotto la cialda del caffè che la donna avrebbe dovuto liofilizzare. Poiché l’overdose tardava ad dare l’esito sperato, Scarzani aveva iniziato a raddoppiare la dose, miscelandola con un ulteriore farmaco vasodilatatore, nella sua disponibilità. Un mix che avrebbe provocato emorragie cerebrali e multiorgano inarrestabili e difficilmente riconducibili a un omicidio. All’indomani dell’arresto, di fronte all’evidenza del video, il 48enne aveva sostenuto che le sue intenzioni fossero di “tranquillizzare” l’ex moglie. Una versione che ora, difeso dagli avvocati Marco Malavolta e Marco Valeri (del foro di Modena), potrà ribadire nel corso del dibattimento nel quale rischia grosso. A pesare, infatti, c’è anche l’aggravante della premeditazione di un delitto perfetto, scampato per un soffio.

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