Missiroli interviene su Rimini capitale della cultura

Lo scrittore riminese Marco Missiroli si trova in questi giorni sul set Netflix per le riprese che trasformeranno il suo libro Fedeltà in una serie e che da Milano, dove vive da anni, porteranno presto le telecamere anche nella sua città. Come lo scrittore, premiato dal Sigismondo d’oro 2019, anche la giovane protagonista Sofia è di Rimini, precisamente dell’Ina Casa, un luogo che sta per affacciarsi sugli schermi di tutto il mondo.

Missiroli, cosa rappresenterebbe secondo lei la candidatura di Rimini come capitale della cultura?

«Finalmente una cultura riminese riconosciuta e la possibilità di dimostrarla sarebbe quella cucitura definitiva che manca ancora tra il tessuto e la percezione riminese: cioè la parte più esposta del turismo e quella invece di radice culturale che Rimini ha da sempre. Non parlo di Fellini che deve essere lasciato in pace perché è già stato valorizzato nella maniera giusta, ma parlo anche di un tessuto culturale che Rimini può riscoprire. Inoltre se Rimini diventasse capitale della cultura troveremmo anche finalmente quello spazio di cucitura per far percepire la città come contenitore culturale qual è e non solo come contenitore turistico o antropologico».

Qual è il suo rapporto con la sua città?

«Il mio rapporto con la città di Rimini è totale: è un rapporto di mancanza quando sono via, di riappropriazione quando torno e di nostalgia quando di nuovo riparto. Più sono stato via e più ho avuto Rimini vicino. Nel primo periodo, dai 19 ai 25 anni, sentivo Rimini come un peso perché mi aveva segnato molto nelle sue tradizioni archetipiche che sono quelle del turismo, del giocarsi l’estate a ogni costo, e l’estate non era la mia stagione quindi la sentivo come un peso. Poi a mano a mano che sono andato via ho sentito la Rimini autunnale e invernale che mi chiamava e con il tempo mi sono riavvicinato anche alla Rimini estiva. Quindi una totale visceralità e una totale conoscenza e percezione di quello che è il suo potenziale non solo turistico ma anche culturale e sociale, perché ha un contesto che deve e può essere valorizzato».

Ha notato cambiamenti negli ultimi anni?

«È straordinariamente più bella, sfido chiunque a dire il contrario. Rimini ha ritrovato non solamente una parte estetica, ma anche i suoi simboli rimessi a nuovo e rivitalizzati secondo il crisma della loro nascita, dal teatro Galli a Castel Sismondo, ma anche semplicemente la godibilità della città in bicicletta o a piedi in maniera diversa. Non è solamente estetica ma è anche radice, e poi c’è un altro punto fondamentale della nuova Rimini ed è la sua energia: ora è come se non ci fossero più quelle parti di squallore che ogni tanto la interrompevano. Ora Rimini circola e dobbiamo dire grazie all’ultima amministrazione che ha raccolto sicuramente le basi passate ma le ha fatte vivere in maniera straordinaria e veloce».

Pregi e difetti della città?

«I pregi sono racchiusi in una sorta di semplicità e di energia, di gente che lavora dal punto di vista anche dell’emotività, quindi che tenta di essere felice (e ce la fa). Gente che prova a rialzarsi sempre, d’altronde le nostre radici sono quelle di un bombardamento che abbiamo ricostruito. Poi c’è una parte poetica di Rimini che non muore mai, fatta di persone che osservano le altre persone e genera così altra poesia. I difetti della città sono tutti legati a un principio di apparenza che morde: la parte estiva porta ad avere l’esposizione dei corpi, ad avere una sorta di battaglia dei corpi alla supremazia. L’estetica del corpo, la sensibilità al divertimento, all’allegria regolare e meno alla malinconia. Si è meno sensibili alla malinconia che in verità è un valore e si è meno sensibili a persone che magari non hanno nel corpo e nella parte estiva il loro lato ruggente. Oltre al fatto che a volte si ristagna un po’, cioè non sa vedere una nuova realtà culturale ed ecco perché è importante che ne diventi la capitale: darebbe una sorta di legittimità a una natura che Rimini ha già».

Come viene percepita la città, fuori?

«La percezione di Rimini a mano a mano che stiamo andando avanti sta cambiando, non è più la città romagnola del mare, del turismo e delle discoteche ma sta diventando una città di completezza. Ci si va non solamente per la parte di godibilità del turismo ma anche per avere un momento, un sentimento che la città rappresenta. Rimini e la Romagna sono un sentimento, una parte emotiva che ognuno può godersi. Se diventasse capitale della cultura avremmo una completezza totale e molto giusta, ma soprattutto immediata di ciò che manca a livello di riconoscibilità, quella parte culturale e di anima che va a completare le altre anime, quindi sarebbe un grandissimo risultato e spero tanto che avverrà».

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