Misano, un anno senza Mattia Ahmet Minguzzi: “Un dramma per noi genitori, ma sta cambiando la Turchia”

Misano

È già passato un anno dalla morte di Mattia Ahmet Minguzzi, il 14enne figlio dello chef misanese Andrea Minguzzi e della violoncellista turca Yasemin Akincilar, accoltellato da due coetanei a Istanbul, in un bazar di Kadıköy, il 24 gennaio 2025.

Una tragedia che scosse profondamente familiari, amici e l’opinione pubblica di tutto il mondo. Un anno dopo, il suo nome continua a essere pronunciato con dolore e incredulità, simbolo di una vita spezzata troppo presto e di una violenza improvvisa di cui si fa fatica ancora adesso a trovare le parole e soprattutto il perché.

«Stiamo ovviamente male per la grave perdita, dovevamo fare ancora tante cose insieme - ha raccontato commosso il padre Andrea -. Cerchiamo di andare avanti e trasformare il dolore in amore e creare progetti sociali concreti. Ho appena ottenuto dalla scuola di cucina Usla dieci borse di studio del valore di 100mila euro a 10 ragazzi senza famiglia, un sostegno reale per cambiare la vita a persone bisognose. Questo però è solo uno dei tanti progetti fatti e in corso. Il cambiamento deve iniziare da noi. Senza puntare il dito contro nessuno. Ognuno può migliorare il mondo con le proprie azioni quotidiane, per farne un luogo migliore è lasciarlo meglio di come l’ho abbiamo trovato. La cosa più facile del mondo è dare consigli, ma la cosa più difficile e più importante è essere d’esempio».

Ieri il ricordo alla Moschea Blu

Questi, inevitabilmente, sono giorni di commemorazioni. «L’altro giorno abbiamo inaugurato lo skate park nel quartiere di Kadıköy e c’è stato il minuto di silenzio degli studenti nella Biblioteca di Misano a lui intitolata; ieri la celebrazione importante e significativa alla Moschea Blu, che solitamente non si celebra mai. Oggi, invece, a mezzogiorno saremo nella Chiesa di Sant’Antonio per ricordarlo insieme a tutta la comunità italiana, alla Console generale di Francia e alle autorità».

La tragedia

Erano le 8.25 del 24 gennaio quando Mattia Ahmet, che viveva con la famiglia a Beyoğlu e frequentava il liceo privato “Italiano 8”, si recò insieme agli amici al mercatino delle pulci nel quartiere di Kadıköy, deciso ad acquistare attrezzature per lo skateboard, una delle sue passioni. Le telecamere di sorveglianza ripresero ogni istante dell’aggressione: i due adolescenti che lo seguono, il momento in cui uno di loro afferra un coltello da una bancarella, poi le coltellate e il calcio alla testa sferrato dal secondo aggressore. Il 14enne venne soccorso da una dottoressa presente sul posto e trasportato d’urgenza in ospedale. Dopo sedici giorni di agonia, però, il suo cuore smise di battere a causa delle gravi ferite riportate. Grazie anche al video delle telecamere di videosorveglianza, le forze dell’ordine riuscirono a risalire all’identità dei responsabili, arrestati poco dopo: prima i due 15enni e poi gli altri due coetanei accusati di concorso in omicidio. Quattro ragazzi che Mattia Ahmet non conosceva, ma che lo hanno strappato alla vita senza un motivo.

Il processo

Per i due 15enni finiti a giudizio l’accusa era di omicidio premeditato di minorenne. Entrambi sono stati condannati in primo e secondo grado a 24 anni di carcere, la pena massima così come richiesto dal pm, con il tribunale che ha stabilito il massimo della pena prevista «non essendoci stato alcun segno di pentimento da parte degli imputati». Uno è quello che ha materialmente inferto i fendenti e l’altro quello che ha infierito con i calci sul corpo del ragazzo una volta che si era accasciato a terra.

Assolti, invece, i due giovani a giudizio perché avrebbero incitato gli amici e aiutato loro a pianificare l’aggressione, avvenuta poco dopo una lite tra il gruppo e Mattia in un parco vicino. Anche per loro il pm aveva chiesto 24 anni di carcere. La notizia aveva però provocato indignazione nella famiglia e nell’opinione pubblica turca. Tanto che fin da subito Andrea Minguzzi e la moglie annunciarono che avrebbero presentato ricorso attraverso il loro avvocato Ersan Barkın, perché «quella doveva essere una sentenza storica e spartiacque per sradicare il problema della violenza minorile», con Mattia che così «avrebbe cambiato la legge dando speranza al mondo».

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