Miria Malandri raccontata da Gabriella Maldini

Varcare la soglia dell’atelier di Miria Malandri. Avere accesso al mistero che si cela dietro alla sua arte. Questo permette Oltre il cancello di Gabriella Maldini, curato da Davide Boschini e edito dal gruppo forlivese-fiorentino CartaCanta-Capire Edizioni.

Sulla copertina si legge che il libro contiene “Conversazioni” con la pittrice: lontano dall’aridità di un’intervista freddamente calcolata, Oltre il cancello documenta spontaneamente una relazione, racchiude un incontro che si dipana pagina dopo pagina tra l’autrice forlivese, che per CartaCanta ha già pubblicato nel 2018 il saggio I narratori della modernità, e la nota pittrice originaria di Forlimpopoli Miria Malandri.

«Queste pagine non sono la solita intervista all’artista – così scrive Maldini –. Non sono state decise a tavolino, nell’ottica pragmatica oggi prevalente. Sono invece il frutto spontaneo, e dunque davvero meraviglioso, di un incontro reale, tra persone che cammin facendo scoprono un comune sentire, sorprendenti e libere affinità. Ciò che state per leggere è un dialogo, nel suo senso più vero: quello di ascolto e confronto, di scambio e scoperta».

Sfogliando Oltre il cancello si incontrano le tele e di pari passo la poetica artistica di Malandri, si entra a contatto con un’ispirazione creativa che unisce cinema e pittura. Si oltrepassa, appunto, il “cancello”, inteso come «perfetta e ineffabile metafora, di Miria Malandri e del suo essere artista. Cancello come soglia che divide e separa, ma sempre lasciando filtrare dall’esterno l’aria, la luce e gli incontri. Il cancello come diaframma, nato per serbare la parte più profonda di sé ma anche per schiudersi, nel momento più imprevedibile».

Varcando il cancello, dunque, si attraversa il senso profondo dell’operazione artistica della pittrice romagnola, che si racconta all’autrice toccando alcune tematiche ricorrenti della sua opera, le tele di ispirazione cinematografica, la presenza della figura femminile, il viaggio, cultura ebraica, le nature silenti.

Gabriella Maldini devolve uno spazio particolare all’atelier di Malandri, studio e rifugio consacrato alla creazione artistica. Ed è proprio nell’atelier dell’artista che si è tenuta la singolare presentazione di Oltre il cancello, un evento privato per pochi privilegiati ospiti alla volta, che si sono potuti incantare circondati dai quadri di Malandri.

La produzione della pittrice romagnola è indubbiamente nota per intessere un fitto rapporto con l’arte cinematografica. L’immagine fuggevole dell’istante cinematografico viene cristallizzata, fissata e ricreata nei dipinti di Miria Malandri, nella cui opera si trovano cicli pittorici sulle scene dei film di Michelangelo Antonioni, di Ingmar Bergman e, in occasione dell’anniversario della nascita, del cinema di Federico Fellini.

Nel testo di Gabriella Maldini, il binomio tra cinema e pittura è motivato da Malandri con «l’interesse per le storie. In principio costruivo finzioni teatrali, storie che poi rappresentavo su tele di grandi dimensioni. […] Poi mi sono spostata su una storia più vicina, personale, quella della mia infanzia, a cui ho dedicato una serie di quadri partendo da fotografie di quegli anni, cartoline postali e anche santini. A pensarci adesso, si è trattato di un passaggio spontaneo dalla fotografia al cinema».

Quell’interesse per le storie fa nascere le tele che ritraggono Monica Vitti, giovane e sensuale, con Marcello Mastroianni in una scena de La notte di Antonioni, oppure Jack Nicholson e Maria Schneider, protagonisti di Professione: reporter, o ancora la tela felliniana che Malandri dedica al cinema Fulgor, «il cinema dell’epos felliniano, quello della sua Rimini sempre ricostruita in studio, qui celebrato in quell’Amarcord da Oscar (1973) dove la memoria si confonde con il sogno e la fantasia. Perché, come dice il maestro, “nulla si sa, tutto si immagina”».

Dal lavoro di Gabriella Maldini e Davide Boschini dunque si propaga l’incanto delle storie raccontate da Miria Malandri. Oltre il cancello è un viaggio attraverso ciò che l’autrice definisce il «meraviglioso gioco di prestigio che si chiama arte».

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