Claretta Petacci: per interesse e non per amore. Nuovi studi

Un titolo che è un cazzotto, Claretta l’hitleriana. E il sottotitolo, “Storia della donna che non morì per amore di Mussolini”, fa a pugni a sua volta con l’immaginario collettivo di una Petacci innamorata fino al sacrificio, nei giorni bui della fine di Salò.

Mirella Serri, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea alla Sapienza di Roma, con un saggio edito da Longanesi che è quasi un romanzo, ha creato un ritratto del tutto nuovo di Clara Petacci.

«Se si leggono i diari e la corrispondenza fra Mussolini e Petacci e se ne segue la progressione, si vede bene che lei, ventenne, appena uscita dalla scuola delle suore di Neves, già quasi al primo incontro a Ostia nel 1932 fa al duce richieste pressanti (e sconcertanti…) per il padre, per il fratello Marcello, e questo prosegue per tutta la relazione. Al tempo della Repubblica di Salò, con Mussolini ormai malato e stanco, si ritiene addirittura pronta a trattare con Hitler di persona insieme a Guido Buffarini Guidi, il ministro più amato dai nazisti: insomma, coprotagonista, non semplice consigliera dietro le quinte».

E tanto meno una ragazzetta svenevole.

«Se ne stava a letto fino alle 12 con i bigodini, ma da quanto scrive e dai diari dello stesso Mussolini emergono improntitudine e una intelligenza del male notevoli per un ragazza del suo status e della sua età. Poi è vero che la relazione ha una vena sadica da parte di lui che, di trent’anni più anziano, la maltratta e si diverte a raccontarle la sua carriera amorosa con circa 400 donne. Ma il loro è un rapporto complesso, in cui non esiste delicatezza e che le permette di avanzare richieste tanto audaci quanto nessuna delle altre aveva fatto».

E poi, Salò.

«Claretta diventa la più accesa sostenitrice di Hitler: è convinta che sia invincibile e crede anche all’amante che lo definisce “il mio migliore amico”. Quindi arriva a pensare che se sarà lei a trattare con la Germania, questa aiuterà Mussolini. E non capisce, lei come altri, che i tedeschi ormai considerano il duce un prigioniero».

Una sprovveduta che si crede statista?

«No, ma trovandosi nel cuore del potere è convinta di avere le doti per gestirlo. D’altra parte a Salò Mussolini si fida solo di lei che invece ha contro un po’ tutti: gli antifascisti, per ovvi motivi, i fascisti, ostili alla famiglia Petacci, agli scandali, al traffico d’oro, alle truffe… A Salò Claretta dispone allora nei punti chiave uomini fedeli a lei e a Buffarini Guidi, e fa in pratica da longa manus all’ambasciatore tedesco Rudolf Rahn di fatto tradendo lo Stato, e lo stesso Mussolini!».

Ma cosa vuole davvero Claretta?

«Il potere, sistemare la famiglia e mettersi al sicuro dai tanti che la odiavano: da Rachele ai gerarchi fascisti, che la considerano colpevole della decadenza del duce, agli antifascisti, che ben conoscono il suo ruolo e che quando la fucilano dicono che lo fanno non perché “amante del duce” ma come “Claretta Petacci”».

E perché questo emerge solo ora?

«Forse perché ho guardato i diari e le lettere con un occhio femminile, mentre per gli storici uomini è sempre stato più normale considerare Petacci come la classica mantenuta in un ruolo subalterno. Lo fu, ma cercò molto presto di governare le cose, prima in senso familistico poi trasferendo tutto a un quadro più ampio, con lei in veste di interlocutrice di Hitler. Pesa poi la confusione sulle versioni della sua morte, visto che ben presto i partigiani capirono di aver messo al muro una donna, una civile, senza processo. A questo non c’era giustificazione, allora quando si aprono le inchieste sull’operato della Resistenza, si accantona l’accusa di collaborazionismo e si dice che Claretta aveva scelto di morire con Mussolini. In realtà, lei era scappata con i bauli, con 8 milioni di lire, convinta com’era che dopo la fuga in Svizzera e il “permesso” al divorzio dato da Hitler, si sarebbe aperta una nuova vita e sarebbe stata la nuova first lady. Sappiamo invece come andò e perché cambiarono le versioni sulla morte di Claretta: e così anche Pertini, nel 1983, poté dire che “la sua unica colpa era quella di aver amato un uomo”…».

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