Michele Marziani e “La cena dei coscritti”

Un paesino di montagna, un’osteria chiusa, tre anziani ultrasettantenni che giocano a carte. Inizia così “La cena dei coscritti” (Bottega Errante Edizioni), il nuovo romanzo di Michele Marziani, che arriva in libreria mercoledì 12 maggio. Marziani, riminese, da alcuni anni vive in un piccolo borgo della Valsesia, che è diventato anche fonte di ispirazione per i suoi ultimi libri, il romanzo “Lo sciamano delle Alpi” (uscito l’anno scorso sempre per Bee) e il memoir “Il suono delle solitudine” (Ediciclo, 2018).

Marziani, la montagna è al centro dei suoi ultimi romanzi, vista anche come luogo abbandonato e sfruttato. Ma è davvero così?

«In gran parte sì, spopolandosi la montagna diventa luogo di sfruttamento sotto diversi punti di vista e anche di riconversione in chiave turistica che non sempre è riconversione positiva. Ci sono diversi turismi, quello invasivo, di massa, con impianti sciistici che richiede investimenti importanti, poi ci sarebbe il turismo leggero, del trekking e della mountain bike ma anch’esso va a incidere su un ecosistema molto fragile. È vero che la montagna deve essere per tutti, ma non è pensabile che tutti possano andarci insieme. Ed è anche vero che il venire meno degli antichi mestieri crea un vuoto che viene riempito da cose che non sono positive o rimane vuoto. Allora la domanda diventa: meglio il vuoto o il pieno “brutto”? Non puoi abbandonare la montagna dal punto di vista ambientale, perché se non c’è più controllo del territorio, ci sono ricadute nel fondovalle».

Ne “La cena dei coscritti” sono gli anziani a battersi contro il progetto di una diga, mentre i giovani sono amorfi, indifferenti, ed è evidente che lei propende per i primi…

«Prendo la parte dei vecchi perché rappresentano questa idea della montagna che in parte è più pulita del marketing del turismo, dello sfruttamento del territorio, e poi questi vecchi sono simpatici. In senso assoluto non prendo la parte degli anziani, ma in questo caso mi piaceva propendere per questi personaggi e mettere al centro un’età di cui si parla poco».

Quali altri temi sono presenti nel romanzo?

«“La cena dei coscritti” è la storia di tre anziani, due dei quali si conoscono da sempre, mentre il terzo lo incontreranno proprio nella cena dei coscritti, un’usanza molto diffusa nel nord Italia. Il terzo anziano è un migrante che arriva dalla Bosnia e che nessuno conosce. Quando gli altri commensali gli fanno notare che la cena è riservata a quelli del paese, lui risponde che vive lì e che è nato nell’anno degli altri ospiti. Si rompe improvvisamente un rito e il gruppo dei coscritti si divide. C’è chi dice “va bene” e chi afferma che “non è dei nostri”. Il tema dell’integrazione degli stranieri in questi luoghi marginali è un tema complesso. Un nero è un’anomalia, solo il vederlo per strada è fuori dal consueto, ed è necessaria un’elaborazione che porta qualcuno a dire “è come noi” e gli altri “no, è diverso”».

Un’altra tematica che si affaccia nel romanzo è il mondo dell’editoria, raccontato in modo molto critico.

«In Italia vengono pubblicati un’infinità di libri, quasi 70 mila titoli all’anno, molto più della capacità di lettura degli italiani, che leggono poco. La maggior parte di questi titoli viene pubblicata dai grandi editori, che hanno posizioni “schiaccianti” rispetto ai piccoli, perché possiedono le catene di librerie e le aziende di distribuzione. Un libro come il mio, di una piccola casa editrice, in libreria scompare, bisogna chiederlo, perché ovunque ci sono le pile di volumi pubblicati dai grandi editori, che hanno il grosso del mercato. In questa piccola giungla, a volte, a fare la differenza sono gli editor, come il personaggio che appare nel mio romanzo, e che è l’unica nota leggermente autobiografica del libro. In Alfonso Ranieri in parte mi riconosco, dato che nel periodo in cui ho scritto il libro, anche io facevo l’editor. Si tratta di una piccola narrazione che apre una porta sul retrobottega degli editori che spesso non è conosciuto».

“La cena dei coscritti” ha una struttura complessa. Passati i due terzi del romanzo c’è uno stacco, un “epilogo” che cambia completamente le carte in tavola nella storia. Quanto contano in un romanzo lo stile e la struttura?

«Sono lo stile e la struttura che danno forza al romanzo. È chiaro che non c’è struttura senza storia. Mi piace giocare con la scrittura, con i modi di raccontare le cose, con i modi di utilizzare le parole. La storia è funzionale allo scrivere, non viceversa, nella mia visione. Tant’è che la stessa storia raccontata bene è affascinante, e raccontata male non interessa nessuno. È una falsa verità affermare che una buona storia è fondamentale. Funziona meglio una storia mediocre scritta bene. Siamo lettori, leggiamo le storie. Cosa c’è da sapere che non sappiamo già? Ci interessano le cose per come sono raccontate».

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