Meritiamo qualcosa di diverso (Lo sport ai tempi del Coronavirus)

Va bene, lo si fa per lavoro, eccetera eccetera. Però ci tocca ammetterlo. In questi mesi, chi fa il giornalista sportivo è una volta di più un privilegiato, anche se il sospirato accredito per stadi o palazzetti apre sempre le porte a qualcosa di diverso.
Si sta nuotando in un acquario di partite a porte chiuse: non ci voleva un genio per capire che un campionato senza pubblico è qualcosa di diverso e infatti lo hanno capito perfino i giornalisti.
Il gesto tecnico resta, come no. Resta la bellezza di un gol in rovesciata, di una schiacciata a canestro a due mani, di una veloce sbattuta a terra nei tre metri, di una volèe in tuffo. Tutto bello, tutto uguale: i protagonisti indispensabili sono i giocatori e gli arbitri, il resto in fondo è solo contorno. Poi torna alla mente un passaggio memorabile della serie dei Simpson, dove il padre Homer promette alla moglie Marge di smettere di bere birra. Nel pieno dei giorni inaugurali del suo tunnel da astemio, per la prima volta si presenta in tribuna allo stadio del baseball senza il pacco da sei lattine in mano. Brutalmente sobrio, a partita in corso si accascia sui seggiolini affranto: «Ma perché nessuno mi aveva mai detto che questo gioco era così noioso?».
Ecco, appunto. Ci manca la birra del fattore campo. Una brutta partita con lo stadio e il palazzetto pieno, almeno si limita ad essere solo una brutta partita. Una brutta partita senza pubblico è qualcosa di insopportabile.
In questi mesi a porte chiuse, la lente delle emozioni si è deformata: ogni stadio sembra un campo sportivo, ogni palazzo dello sport sembra una palestra, con le urla degli allenatori, il rimbalzo dei palloni sul parquet, gli scarni applausi (e annesse parolacce) dei pochi privilegiati in tribuna. In Romagna abbiamo squadre protagoniste assolute in classifica (Unieuro Forlì in A2, RivieraBanca Rimini in B) che avrebbero riempito di entusiasmo il Pala Galassi o il Flaminio, altre come il Cesena o la Consar che viaggiano oltre le attese e avrebbero avuto un fattore campo tipico degli sport di riferimento di Cesena (calcio) e Ravenna (pallavolo).
Il mondo della scuola, con la didattica a distanza, ci ha fatto imparare la sigla dad. Nello sport a distanza, nessuno ha mai usato la sigla sad anche se in fondo calzerebbe appieno: sad significa triste in inglese e può essere anche l’abbreviazione di “sa dit?” (“ma cosa dici?”) in dialetto romagnolo. In questo tunnel di partite sottovetro in tv o al computer, tutto aiuta, anche appoggiarsi ai classici e al dialetto, mentre esultiamo o ci arrabbiamo in solitudine a casa, poi ci guardiamo attorno e ci tocca ammetterlo. Ci manca l’ignoranza di quel cretino che era seduto vicino a noi allo stadio.

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui