Mercato Saraceno, Andrea Lupo in “Il circo capovolto”

La bolognese Milena Magnani scrive di temi che attingono dalla sua attività in ambito sociale e di disagio. Come è avvenuto nel suo fortunato romanzo “Il circo capovolto” (Feltrinelli, 2008) che ha presentato coinvolgendo l’attore Andrea Lupo del Teatro delle Temperie di Valsamoggia a Crespellano (Bologna). Milena è rimasta sorpresa dalla spiccata vena comunicativa dell’attore, nel leggere la vicenda del protagonista Branko Hrabal, un rom ungherese arrivato in un campo italiano.

«Mi sembra di averlo conosciuto per davvero grazie alla tua interpretazione – ha detto Magnani a Lupo – perché non crei un tuo progetto su questa storia?».

Andrea Lupo ha accolto la sfida e scritto un adattamento teatrale del suo “Il circo capovolto”, stasera alle 21 nel teatro Dolcini di Mercato per la regia di Andrea Paolucci. Lo spettacolo, narrazione in forma di monologo, ha ottenuto un successo immediato, da nove anni sulle scene, pluripremiato anche dal pubblico.

«È una saga di famiglia che dal ’900 arriva a noi oggi – spiega Lupo – raccontata per voce del protagonista. Prende il via dalla morte di Branko avvenuta per accoltellamento in un campo rom italiano».

Branko ha scoperto solo a 30 anni le sue vere origini, prima il padre gliele aveva nascoste. Ciò perché la famiglia di Branko era stata vittima di deportazioni naziste durante la guerra. Il nonno ungherese, capocirco del viaggiante Circo Azzurro, era stato ucciso nei crematori, solo il padre di Branko si era salvato. Raggiunti i 30 anni, il padre inizia il figlio a un passaggio della memoria.

«Gli racconta – spiega l’attore – che la famiglia Hrabal era stata tradita dall’amico Lazlo che, sotto tortura, aveva rivelato i loro nomi. Branko allora si vendica e uccide Lazlo; nella casa del traditore scopre però 10 scatoloni contenenti le cose preziose del circo del nonno: un trapezio, un costume, il cappello bianco…».

Dopo avere ucciso, prende gli scatoloni e fugge dall’Ungheria in Italia, in un campo rom, per capire come si vive. Ma non viene ben accolto; racconta però la sua storia avventurosa ai bambini del campo, i quali scoprono gli oggetti magici negli scatoloni e organizzano un piccolo spettacolo circense.

«Oltre alla memoria c’è dunque anche la speranza di un riscatto. Nella narrazione, mi alterno fra momenti in cui lo spirito morto di Branko vede quel che accade attorno a lui nel campo; ad altri frangenti in cui, come se venisse risucchiato nella memoria, racconta al pubblico la storia della sua famiglia».

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