FAENZA. Trent’anni fa, era luglio, venne promulgata la Legge 188 per la tutela della ceramica artistica e tradizionale. L’idea era temeraria perché si trattava di proteggere, attraverso un testo legislativo, un patrimonio secolare di stili, forme e decori che in Italia si era accumulato nelle zone di antica tradizione ceramica. Altrimenti si rischiava, ed era chiaro già nei primi anni Settanta, che la moneta cattiva scacciasse quella buona: una copia malfatta, in quantità industriale, poteva cancellare il valore storico e artistico di una decorazione di Albisola, Faenza, Deruta o Vietri sul Mare. Una legge quindi per valorizzare il lavoro degli artigiani, disciplinare tecniche e stili, promuovere un marchio di tutela della ceramica di qualità: semplice? No, per niente.
La strana coppia
Per arrivare al risultato della Legge 188 erano necessarie idee di grande visione e lungo respiro. Quelle idee si concretizzarono a Faenza, nel 1974 quando Alteo Dolcini (Forlimpopoli, 1923 – Faenza, 1999; il 2 settembre ricorre l’anniversario della morte), allora segretario generale del comune faentino, si riunì con il giurista Mario Angelici e con Giuseppe Liverani, già direttore del Museo internazionale delle ceramiche di Faenza.
Scrive Dolcini, nel 1991: «Ricordo che la prima idea fu quella di proporre una legge riferita esclusivamente a Faenza, alla produzione delle sue ceramiche che chiamano tradizionali, ma la strada venne subito abbandonata per puntare su quella – e anche questo faceva onore a Faenza e alle sue istituzioni – che riguardasse tutto il mondo ceramico nazionale. Ne sortì un elaborato al quale lavorammo a lungo perché la materia era ostica, difficile da tenere unita».
La prima proposta di legge è depositata nel 1974 ma dopo alcuni anni è ancora ferma nelle commissioni parlamentari. Si arriva così al 1979 quando Leonardo Melandri (Forlì, 1929 – 2005) viene eletto senatore per la Democrazia Cristiana nel collegio di Forlì e Faenza.
Melandri e Dolcini: apparentemente inconciliabili, in realtà inscindibili. Melandri è mite, cauto, riservato, realista per non dire pessimista. Dolcini è energico, estroverso, generatore continuo di progetti, ottimista per non dire realista. Sedici anni di lotta. Tra i due si sviluppa uno straordinario rapporto di collaborazione. Melandri a Roma cuce e ricuce la tela del progetto di legge, ne puntella l’iter, trova alleanze nelle camere parlamentari. Dolcini a Faenza organizza convegni nazionali e internazionali a sostegno della legge, promuove la nascita prima del Segretariato dei Comuni di antica tradizione ceramica e poi dell’Aicc (Associazione italiana città della ceramica). Difficoltà, ostruzionismi, imprevisti ma finalmente il 9 luglio del 1990 la Legge 188 viene promulgata: è la legge Melandri-Dolcini.
Melandri ha concluso la sua esperienza parlamentare nel 1987 ma ha lasciato nelle buone mani del senatore Lorenzo Cappelli il manubrio per la volata finale. Nel 1996 la legge viene armonizzata alla normativa europea con validità in tutti i Paesi dell’Unione.
Nel 2020 sono circa cinquanta, numero in aumento, i comuni italiani che hanno ottenuto il marchio di tutela previsto dalla legge, finanziata con due milioni di euro grazie a una norma inserita nel Decreto Rilancio del luglio scorso.
Trent’anni dopo
Di recente l’Associazione Alteo Dolcini ha promosso un incontro per ricordare l’impegno di Melandri e Dolcini. Nel palazzo municipale faentino è stato donato un piatto ceramico celebrativo a Valerio Melandri, figlio di Leonardo e oggi assessore alla Cultura a Forlì. L’attualità della legge Melandri-Dolcini e il fondamentale lavoro svolto dai due fautori sono stati sottolineati sia dal senatore Stefano Collina, presidente del Gruppo europeo di cooperazione territoriale città della ceramica, sia da Massimo Isola, assessore alla Cultura di Faenza e vicepresidente dell’Associazione italiana città della ceramica. Era ora. Urge infatti una legge che tuteli la memoria di chi, senza retorica, ha lavorato con spirito di servizio per il bene pubblico. Perché per (non così) misteriose ragioni i nomi di Melandri e Dolcini erano scomparsi nei testi, molti dei quali elaborati proprio a Faenza, che hanno trattato il tema dei benefici apportati dalla legge a tutela della ceramica artistica e tradizionale.

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