Medicina, il racconto del primo malato di Covid nell’Imolese

MEDICINA. Lorenzo Maretti ha compiuto 82 anni l’aprile 2020, a cavallo della terapia intensiva del Sant’Orsola. È lui il primo malato di Covid censito dall’Ausl di Imola, uno degli anziani più attivi al centro sociale Medicivitas dal quale si sviluppò il terribile focolaio. La sera del 3 marzo di un anno fa esatto, svenne in casa. Aveva la febbre, lo portarono al pronto soccorso di Imola. Tac, lastre, tampone, la diagnosi: polmonite bilaterale da Sars Covid 189. La notte stessa fu trasferito al Sant’Orsola di Bologna dove rimase 82 giorni. Ieri mattina il signor Lorenzo Maretti era al fianco del giovane sindaco di Medicina Matteo Montanari per presenziare alla conferenza stampa indetta dall’Ausl di Imola per raccontare un anno di pandemia. Poche parole emozionate rivolte al pubblico: «Il Covid è brutto, ma si può guarire, io ce l’ho fatta». Poi testimonia il ricordo per il compaesano Francesco Nanni, con il quale condivise per un po’ la permanenza in terapia intensiva, finché un giorno non lo portarono via e non lo rivide più. Fu uno dei primi morti per il Covid di Medicina. Di lì a due settimane sarebbe scattata la prima zona rossa. «Mio padre si ritrovò in quel reparto senza sapere perché e non capiva perché gli infermieri fossero bardati in quel modo, non sapeva nulla del virus, e del resto lui era completamente isolato. Non abbiamo potuto parlare con lui per un mese perché era intubato». Lo racconta la figlia Sonia che ammette: «Siamo stati fortunati, ma sono cose che lasciano graffi profondi». Ripercorre poi quei due mesi e mezzo come se non fossero tanto lontani. «Devo ringraziare tutto il personale del Sant’Orsola che non ci abbandonò un momento, non potevamo vederlo né sentirlo ma avevamo bollettini quotidiani –continua la signora Sonia– . Noi a casa vedevamo le immagini famose dei camion di Bergamo e quando circa un mese dopo un medico ci chiamò alla sera pensammo che tutto fosse finito. Invece mio padre si era ripreso. Da lì cominciò una terapia di farmaci che usavano allora, lui riuscì dopo qualche giorno a chiamare mia madre e potevano fare lunghe videochiamate». La famiglia in qualche modo riprese i contatti, ma la degenza sarebbe stata ancora lunga. Nel corso della stessa, come ha ricordato Lorenzo Maretti ieri mattina, capitò di incontrare anche amici del paese in quegli stessi reparti, qualcuno non lo rivide più. «Quando passa davanti agli alberi piantati in memoria dei 29 medicinesi che sono morti, a mio padre viene il magone, perché lui ne è uscito», dice commossa la figlia. La vita ha voluto che oggi, a un anno esatto di distanza, Medicina ridiventi rossa, come un anno fa. Lorenzo cosa dice? «Beh, diciamo che questo è meglio che non lo dica», sorride questa volta la signora Sonia.

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