Medicina il giorno del lento ritorno alla “normalità”

di CATERINA CAVINA “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto… La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te”. La frase di John Donne non mi ha mai convinto, soprattutto perché conosco un sacco di persone che eccome si credono un’isola, un’oasi figa: tipo Ibiza. Sabato 4 aprile, sette di mattina. Primo giorno di zona arancione a Medicina. Ieri doveva essere il mio ultimo “Diario dalla zona rossa” e mi stava bene, oh un po’ di tranquilla reclusione senza militari alle porte. Apro gli occhi e capisco che no, non è finita.

“Ci sono ancora le camionette, i varchi!”, scrive un utente sui social. Un altro: “Meglio così, perché sono tutti fuori!”. “Ma allora cosa sta succedendo?”. “Al Conad c’è una fila pazzesca, un sacco di gente senza mascherine, alla Coop uguale, sono arrivati i carabinieri per dire di stare in casa!”. “Torneremo zona rossa! Dovevano lasciarli i militari!”. “Ma il sindaco? Perché non parla? E gli assessori?”. No, ancora. Basta. Sopra sento il mio vicino tuonare al telefono: “No, non mi fanno passare, non posso venire al lavoro”.

Ma dove sono finita?

Alle 10,30 mi alzo e vado a fare un giro in macchina per vedere. Prima alla Silam di Ganzanigo, dove il 16 aprile sono stata fermata dall’esercito italiano mentre andavo a lavorare. Non c’è nessuno. Le macchine scorrono tranquille, ce ne sono più del solito, più degli altri spettrali giorni.

Forse ho sognato. Continuo il giro, fuori la primavera esplode, gli alberi in fiore, il cielo azzurro pantone, gli uccellini che cinguettano e le famigliole allegre nei giardini. Giro tutti i posti di blocco che mi ricordavo e no, i militari no, non ci sono più: alle 10 hanno levato le tende.

Non è finita

Scrivo su WhatsApp al sindaco Matteo Montanari, gli chiedo come mai i militari erano ancora ai loro posti, almeno in mattinata e perché ora non ci sono più. «Le forze dell’ordine hanno cominciato ad applicare la nuova ordinanza con gradualità per controllare meglio la mobilità delle persone. In una fase di passaggio tra ordinanze diverse qualche ora di transizione è fisiologica – spiega – vogliamo evitare che si percepisca un messaggio sbagliato di “libera tutti”. Abbiamo chiesto a polizia e carabinieri di controllare gli spostamenti con severità. Ora gli spostamenti necessari e permessi dal Dpcm nazionale sono più agevoli, ma con l’autocertificazione ciascuno si assume le proprie responsabilità”. Montanari promette la linea dura: «Sono previsti controlli non solo ai varchi come prima, ma anche in mobilità sul territorio. Inoltre saranno avviati controlli anche sulle attività produttive che comunque devono rispettare limitazioni e tutelare i lavoratori come pregusto dagli accordi nazionali».

Insomma, i varchi non ci sono, ma si deve stare a casa. Si dovrebbe perlomeno. Passo davanti alla Coop, non vedo ressa, ma sono ormai le 11, comunque il parcheggio è decisamente più pieno rispetto a quando c’erano al massimo una o due auto. Non oso pensare come poteva essere alle 9. Alla Conad non scorgo molte vetture, un po’ di fila fuori, ma ben distanziata. Una mia amica mi assicura che fino a un’ora prima pareva di essere come prima dei “tempi del Covid”.

In effetti, vedo un po’ di tutto. Come se la paura per la polmonite anomala che non lascia scampo sia stata distribuita a caso e non a tutti. Persone con mascherine e persone senza. Gente che cammina mano nella mano. Un uomo seduto sul ciglio della strada, solo, non fa nulla di male, è davanti a casa sua immagino, e si beve con calma un caffè, mi sorride. Sui social vedo abbracci di famiglie numerose che finalmente si sono ritrovate perché separate dalla linea rossa. Non so che pensare. Non mi va di giudicarle, c’è gente, anziani, bambini, che hanno veramente sofferto le separazioni forzate.

Poi passo davanti al cimitero. Il vaso di ciclamini di venerdì è sparito, così come il numero 21, la conta dei morti appesa ai cancelli. Un carro funebre sta entrando in retromarcia, si ferma, esce una bara. Chissà chi è. A casa me lo dicono Aurelio Prata, il medicinese scomparso per Covid-19 a soli 53 anni. Amato da tutti finisce il suo tempo senza un funerale, un fiore, un saluto.

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