Medici e infermieri no vax: verifiche dell’Ausl su 3.500 persone

RAVENNA L’Ausl ha cominciato ad inviare le raccomandate al personale sanitario che non si è vaccinato contro il coronavirus. L’azienda sanitaria ha già cominciato a fare le verifiche sugli elenchi ottenuti dalla Regione, la quale ha incrociato i nominativi di chi lavora nella sanità pubblica e privata con i dati delle persone vaccinate. Ne è uscito un elenco da 3.500 persone di cui l’Ausl Romagna sta verificando le motivazioni per il mancato vaccino. Man mano che si spuntano i nomi vengono inviate le lettere in cui si invitano i sanitari a esporre le loro motivazioni per la mancata vaccinazione. Nel caso in cui le risposte non pervengano o la scelta di non sottoporsi all’iniezione non sia giustificata parte la raccomandata con l’invito a presentarsi all’hub vaccinale entro cinque giorni dalla ricezione.

Ad occuparsi di questa prima fase è il dipartimento di Sanità Pubblica, diretto dalla dottoressa Raffaella Angelini. «Ci sono moltissime persone – spiega – in gravidanza o che allattano e che al momento non sono obbligate. Altri hanno avuto il Covid e non devono vaccinarsi, dovranno farlo tra i tre e i sei mesi dalla guarigione. Poi, certo, ci sono delle sacche di resistenza che dicono che il vaccino non è sicuro ma credo che alla fine si tratterà della minoranza». Servirà tutto luglio per completare le verifiche. Le sospensioni dal lavoro (senza stipendio) arriveranno ad agosto e dureranno, da decreto, fino a fine anno. C’è la possibilità, non semplice, che i lavoratori siano trasferiti ad una mansione diversa e non a contatto col pubblico. «Quella parte del procedimento è di competenza della direzione generale a cui noi passeremo i nominativi dei non vaccinati», precisa la dottoressa Angelini. All’interno dell’Ausl Romagna gli infermieri non vaccinati sono 905, i medici 340, gli operatori socio sanitari 148. In tutti i casi si è sotto il dieci per cento del personale. «Mi ripeto – precisa Angelini – : non è tutto personale in corsia, ci sono molte persone in maternità o che hanno altre situazioni particolari».

Rispetto ai professionisti della sanità contrari alla vaccinazione, Angelini non si dice troppo stupita: «Mi occupo di vaccinazioni da tanti anni, ci sono persone contrarie nella popolazione e anche una quota di professionisti della sanità che ha queste idee». Del resto pure il vaccino antinfluenzale ha una percentuale non troppo alta di adesioni tra il personale sanitario, molto più bassa di quella relativa al vaccino anti Covid: «In quel caso la bassa adesione è figlia di una sottovalutazione del problema mentre sul coronavirus il personale ha ben presente la gravità della situazione. Per questo la percentuale di adesione è più alta, soprattutto tra i medici dove c’è una maggiore consapevolezza del problema». Il processo per la sospensione del personale sanitario è complesso perché «essendo le conseguenze molto pesanti è giusto dare alle persone il modo di spiegare le proprie motivazioni». Tuttavia la dottoressa Angelini ribadisce «il dovere morale dei professionisti della sanità di vaccinarsi. Innanzitutto per non lasciare scoperto il reparto in caso di contagio ma soprattutto per evitare di contagiare i pazienti più deboli. Se all’inizio era giusto fare appello a questo dovere morale, ritengo che in questa seconda fase inserire l’obbligo di legge sia stato giusto».

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