Max Sirena: “Vogliamo cambiare la storia dello sport italiano”

Determinato e deciso. Max Sirena sa di avere di fronte l’occasione storica e vuole sfruttare ogni possibilità. Lo skipper e team director di Luna Rossa Prada Pirelli è meno teso rispetto a dicembre, quando doveva dimostrare di aver fatto un buon lavoro. In due mesi di regate la sua Luna Rossa ha battuto American Magic e Ineos Uk e si è guadagnata il diritto di sfidare i detentori dell’America’s Cup. Max ha dimostrato di esser all’altezza del compito, anche se non ha vinto le Olimpiadi come Ben Ainslie. Ma lo skipper riminese lo ha sempre detto: i giochi olimpici e l’America’s Cup sono due cose differenti. Da stanotte quindi è lì, sul motoscafo, ad assistere alle regate dei suoi undici marinai, la sua “Nazionale del mare”, quella che sfida i maestri di Emirates Team New Zealand, che tanto per cambiare sono i favoriti.

Luna Rossa ha scatenato molto entusiasmo in Romagna e in Italia. Max, ti aspettavi tutto ciò?

«Onestamente no. Ovviamente l’interesse va di pari passo coi risultati della barca e del team… era ovvio che potesse crescere in maniera esponenziale vincendo regate. Però non mi aspettavo un ritorno del genere, un affetto del genere da parte dell’Ialia intera e questa è la cosa più strana. Anche soprattutto da persone completamente lontane dal mondo della vela».

Pensi che sia stato importante anche il tipo di barca scelto, questi AC75 volanti?

«Sì, sicuramente, è una barca bella che crea appeal, che ha fascino. E’ emozionante ed eccitante. Vedere finalmente una barca, con prestazioni del genere, che ti permette di fare del match race puro credo mancasse e quindi la barca ha un valore aggiunto in questo successo».

Pensi che tutto ciò possa avvicinare i giovani alla vela?

«Io penso proprio di sì, la vela aveva bisogno di qualcosa di nuovo e innovativo e comunque il futuro lo vedo su mio figlio che ha 12 anni: il futuro sarà anche e soprattutto foiling. Crea molto più appeal un oggetto che vola piuttosto che una barca che va piano ed è vecchia concettualmente. E da quello che mi risulta, parlando col presidente della federazione e i vari club, mi pare ci sia stato un boom delle iscrizioni alle scuole nautiche e alle scuole vela in Italia».

Guardando agli altri team di Coppa America sembra che uno dei tratti distintivi di Luna Rossa sia quello di aver puntato molto sulla squadra. Gli altri hanno un timoniere, voi due. Come skipper hai deciso di non salire a bordo per concentrarti meglio sul lavoro. Non ti sembra di sfidare un po’ troppo i luoghi comuni che vogliono gli italiani grandi solisti, grandi creativi, ma incapaci di fare gruppo?

«Eh, questo è un po’ il problema a volte italiano. Negli anni siamo diventati tutti un po’ troppo egoisti. La nostra storia invece ci ricorda che siamo stati grandi quando siamo stati uniti come popolo. Io faccio semplicemente quello che ritengo sia meglio per il team, non per me come persona fisica. Ho sempre detto che quello che viene prima, in tutto e per tutto indipendentemente dalla persona coinvolta, è il team e il gruppo. Ovviamente mi fa male non essere a bordo ma so che avrei fatto peggio il mio lavoro. Il giorno che mi rendo conto che il mio egoismo sopravvale sul lavoro che faccio è il giorno che devo smettere».

Luna Rossa è stata anche definita la “Nazionale del mare”, un’espressione bella ma che vi carica di responsabilità La accetti volentieri?

«Sicuramente è una cosa che fa piacere. Il fatto di avere una responsabilità in più del genere non fa altro che dare più motivazioni al team, al gruppo e a ognuno di noi. Tutti i ragazzi qua sono straorgogliosi dell’affetto e del fatto di essere spesso definiti come la nazionale della vela o del mare. Quindi è una motivazione in più e speriamo di essere in grado di contaccambiare l’affetto che ci stanno dando in tanti».

In dicembre, quando ancora non c’erano state le prime regate, avevi individuato nel prepartenza la la parte decisiva. Se dello stesso avviso?

«Nel match race la partenza è un momento fondamentale della regata. Se parti avanti rispetto all’avversario hai già fatto tanto perché ti dà la possibilità di fare controllo sull’avversario e di decidere da che parte andare nel campo di regata. E’ quindi un elemento fondamentale ma non sarà il solo. Dipenderà molto dalle condizioni della barca e da come regateremo a livello tattico e soprattutto dalla differenza di performance delle barche. Questo sarà un elemento chiave perché storicamente la Coppa America è stata sempre vinta dalla barca più veloce».

Quali sono i motivi per cui si deve vincere l’America’s Cup?

«Si deve vincere perché sono tre anni e mezzo che lavoriamo a questo progetto. Si deve vincere perché vogliamo provare a cambiare la storia dello sport italiano perché non è mai successo che l’Italia riuscisse a vincere questo trofeo, che alla fine è il trofeo sportivo più antico al mondo. Ma soprattutto vogliamo vincere per noi… per noi stessi, per il team, per Patrizio Bertelli che alla fine è l’anima dietro questo team e che ha dato fiducia a tante persone, ha creato un movimento, ha creduto nei giovani, a partire da me. Lo dobbiamo tanto non solo a noi ma all’Italia intera, agli sponsor, alle aziende che hanno partecipato a questo progetto perché alla fine rappresentiamo anche l’eccellenza italiana che spesso viene dimenticata».

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