“Le parole sono importanti”, tuonava Nanni Moretti un po’ di tempo fa. E durante il corso di questa lotta contro il virus ce ne siamo accorti. Il discorso pubblico e mediatico è stato densamente popolato da metafore: “medici-eroi”, “vittime che hanno lottato coraggiosamente” o semplicemente “guerra” contro il virus, o, appunto, “lotta”. L’esplosione del Covid-19 (un curioso ibrido linguistico metà nome, metà numero) è stata appellata come catastrofe, tragedia o più sobriamente, utilizzando un termine medico, epidemia e poi pandemia – essendo la pandemia un’epidemia potenziata e accelerata.
Le parole sono importanti perché danno forma alla realtà. Anni fa una nota studiosa, Susan Sontag, contestò l’uso di metafore nella medicina. Diceva la Sontag che se noi chiamiamo i sieropositivi all’HIV ‘appestati’ o ne forniamo delle descrizioni moralistiche queste parole e descrizioni diventano reali nei loro effetti. Fino agli anni Ottanta il cancro era sinonimo di morte e chi si ammalava diventava anche depresso e non aderiva alle cure perché sapeva che il proprio destino era segnato, o questo per lo meno era ciò che le parole di cui era circondato gli dicevano. Un’attitudine positiva, invece, può cambiare il corso degli eventi – anche se non sempre purtroppo.
Questo lungo preambolo mi serve per avanzare una proposta. A molti non piacerà, ma la mia proposta parte dal presupposto che nulla tornerà come prima perché noi non riusciremo a sconfiggere definitivamente il Covid-19. Infatti, a proposito di parole, la pandemia lascerà il posto alla endemia. Una malattia si considera endemica quando l’agente responsabile è stabilmente presente e circola nella popolazione, ma si manifesta con casi limitati o legati alla stagione, sebbene possano esserci rischi di focolai. Nella migliore delle ipotesi, riusciremo a tenere sotto controllo il Covid, ma esso sarà sempre presente ‘in potenza’ e quindi dovremo abituarci a delle precauzioni che piano piano diverranno normalità nella nostra vita quotidiana.
Uno però può potrebbe dire: troveremo un vaccino. O ancora: gradualmente svilupperemo l’immunità di gregge. O anche: il virus perde potenza. Purtroppo queste obiezioni non contano. Il Covid-19 ci ha mostrato la vulnerabilità umana, e pure scientifica e politico-organizzativa, al virus. Potrebbe esserci un altro virus, un giorno, peggiore del Covid.
In sociologia della scienza si parla di teoria delle aspettative e anche di anticipazione del futuro. In pratica, significa che noi possiamo agire nel presente per costruire un corso prestabilito di futuro. Il futuro non si può prevedere ma si può canalizzare, anticipare e condizionare attraverso precauzioni specifiche. Rimini, la Romagna, da questo punto di vista parte molto avvantaggiata. Nell’ambito turistico abbiamo la spiaggia più ampia d’Italia con sistemi di sanificazione molto efficaci. Per anni ci hanno detto che Rimini è un posto noioso e prevedibile. Bene, barattiamo questa presunta prevedibilità in sicurezza, ad altri la vacanza avventurosa e rischiosa. In secondo luogo, abbiamo un sistema sanitario, rispetto a altre regioni, certamente all’avanguardia. Terzo, abbiamo un’inclinazione al wellness e agli stili di vita sani ormai consolidata e gli stili di vita sani irrobustiscono e mantengono in salute: non dimentichiamoci che nella maggioranza dei casi il virus ha falcidiato persone con condizioni molto compromesse. In quarto luogo, Rimini ha sempre anticipato mode e tendenze. Ora anticiperà il futuro.

*Professore Associato di Sociologia Università di Bologna

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