Matteo Cavezzali presenta “Il labirinto delle nebbie”

Lo scrittore e giornalista ravennate Matteo Cavezzali è il protagonista dell’incontro con l’autore alla Bottega Bertaccini di Faenza, questa sera alle 21, con il suo ultimo romanzo “Il labirinto delle nebbie” (Mondadori): in dialogo col giornalista Federico Savini, Cavezzali racconterà una storia che affonda le sue radici nella Romagna più arcaica e, con un tocco noir, ne racconta le storie e i miti.

Cavezzali, di cosa parla “Il labirinto delle nebbie”?

«Questo è un romanzo che parte da alcuni spunti reali. Il primo è la situazione che si creò subito dopo la fine della prima guerra mondiale: in una zona in cui ci sono stati moti riottosi, soprattutto la “settimana rossa”, quando scoppiò la guerra lo stato decise di arruolare tutti quelli che abitavano lì e mandarli nelle prime linee, sapendo che non sarebbero tornati. In alcuni paesi rimasero a vivere solo donne e bambini, che organizzarono di fatto una società che riusciva a fare anche a meno degli uomini. Ma ad un certo punto una ragazza fu trovata sgozzata, e lo stato mandò un esponente della Guardia regia a indagare. Nella realtà la cosa fu archiviata, invece il protagonista del romanzo inizia un viaggio sia all’interno del delta del Po per capire che cosa è successo, che è anche un viaggio introspettivo. L’altro punto importante è che io ho voluto ricostruire le tradizioni che c’erano nella Romagna in quel momento, che erano antichissime e che poi nel giro di poco scomparvero. Un antropologo inglese venne proprio a studiarle alla fine dell’Ottocento, e trovò che erano sopravvissuti rituali che, secondo i suoi studi, risalivano addirittura a un’epoca etrusca, precristiana e addirittura preromana. Sono riti che avevano a che fare con il mondo invisibile: in una zona dove c’è molta nebbia e spesso non si vede quello che c’è, l’invisibile aveva un peso molto importante».

I suoi lavori partono sempre da storie reali: che rapporto c’è nella sua scrittura tra quello che è reale e la finzione?

«A me piace molto esplorare la realtà, soprattutto quella romagnola, perché qui sono successe e succedono tantissime cose, e credo anche che i romagnoli abbiano un tipo di carattere, di follia se vogliamo chiamarla così, che rende questo posto speciale e fa succedere in questo posto delle cose straordinarie. Storie che in qualche modo mi sento il dovere, in quanto narratore, di raccontare, perché magari sono cose che non tutti conoscono, come per esempio la vicenda dell’anarchico Buda di “Nero d’inferno” o alcuni retroscena della storia di Gardini in “Icarus”; in questo caso invece proprio gli usi e costumi e le tradizioni dell’antica Romagna e anche questa cosa legata alla “settimana rossa”, che aveva proprio a che fare con una vendetta, in qualche modo, dello stato contro i ribelli romagnoli».

Un’altro elemento fondante è il legame con la Romagna: come lo vive?

«Io sono molto legato a questa terra, ho deciso di tornare a vivere qui proprio perché mi piace molto e poi credo che per uno che ama le storie questo sia un posto idilliaco, perché basta veramente andare in un bar un po’ sperduto di qualche paesino di provincia e mettersi a fare due chiacchiere con gli anziani che sono lì a giocare a carte e vengono fuori dei mondi».

Infine c’è la passione per il mistero, per il noir: come si inserisce in questo romanzo?

«Dove c’è qualcosa di misterioso la curiosità si muove in quella direzione. Questo è un romanzo che entra anche di più in quel modo di narrare le storie che è il noir, perché effettivamente c’è una morte misteriosa all’inizio e in qualche modo poi questo mistero si dipana durante l’intreccio della vicenda. Che poi è sempre anche un pretesto per entrare nelle corde dell’animo umano. Ma se negli altri libri questa vena era entrata in qualche modo accidentalmente nella storia, qui la decisione è un po’ più cosciente, più consapevole. Anche perché credo sia un ambiente, quello delle paludi del delta, che richiama molto il mistero».

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