Martinelli in piazza a Rimini per il Meeting

RIMINI
«Non uno spettacolo, ma una giocosa dimostrazione di lavoro teatrale», dice l’autore e regista Marco Martinelli del Teatro delle Albe di Ravenna a proposito di Dante 2021. Mi ritrovai… dalla selva oscura al Paradiso, in scena questa sera alle 21.30 all’Arena Spettacoli Sgr di Piazza Tre Martiri (biglietti gratuiti fino ad esaurimento posti, prenotabili sull’app del Meeting). L’evento di avvale del sostegno di Regione Emilia-Romagna, Comune di Rimini, Sgr, in collaborazione con Associazione italiana centri culturali.
Martinelli, perché, come si legge nella presentazione, è anche l’inizio di un percorso in altre quattro città italiane: Verona, Milano, Cesena, Palermo?
«Tutto nasce da un’idea e dall’entusiasmo di Letizia Bardazzi, presidente dell’Associazione dei Centri Culturali: dopo aver letto il mio “Nel nome di Dante”, edito da Ponte alle Grazie, e dopo aver visto i risultati delle “chiamate pubbliche” che ho realizzato insieme a Ermanna Montanari attorno alla “Divina Commedia”, per Ravenna Festival, a Matera capitale europea della cultura, in Kenya dietro invito della ong Avsi, mi ha proposto di coinvolgere i Centri da lei diretti e arrivare infine al Meeting. La pandemia ha invertito il percorso: partirò dal Meeting per poi approdare in autunno alle quattro città. Il tutto fondato su semplici domande: come creare un coro? Come far sentire che la teatralità è un dono presente in ogni essere umano? Come comprendere il potere a suo modo liberante dell’esperienza scenica? Lavorerò con un coro di 60 cittadini, incontrati appena il giorno prima, attorno ai primi due canti dell’Inferno».
In che maniera il vostro “Fedeli d’Amore. Polittico in sette quadri” è divenuto un film “attorno a Dante e al nostro presente”?
«Dovevamo andare a Dubai e Abu Dhabi con lo spettacolo ma il coronavirus ce lo ha impedito. Allora l’Istituto Italiano di Cultura ci ha proposto di utilizzare il denaro stanziato per la tournée al fine di girare un video dello spettacolo. Il “teatro filmato” non ha mai convinto: mi sembra che tradisca l’aria attorno ai corpi, il senso stesso del teatro. Da alcuni anni sto invece “trasfigurando” il nostro lavoro, trasformandolo in cinema: che è un’altra cosa. Così ho scritto una sceneggiatura originale che è partita sì dalla stessa idea da cui è nato lo spettacolo – Dante morente a Ravenna nel 1321 – ma poi l’ha sviluppata come una nuova partitura di sogni, o di incubi, di intrecci sorprendenti tra il nostro presente e il Trecento. Dante ci è contemporaneo in maniera vertiginosa. Aggiungo che nel corso della serata proietteremo “Ulisse XXVI”, il corto di 15 minuti che ha appena debuttato al convegno su Dante degli Italianisti, girato nella cripta di una chiesa ravennate, dove seppellivano i monaci. Durante le riprese abbiamo trovato un paio di tibie!».
Quale significato invece assume: “Nel nome di Dante. Diventare grandi con la Divina Commedia”? In che maniera anche con il titolo di questo volume «ha voluto sottolineare che è come se Dante avesse scritto “quello smisurato poema per ognuno di noi… ed è bene che sia un viaggio da fare insieme”?
«Perché il perdersi nella “selva oscura” è ancora l’esperienza fondante del nostro essere umani. Dante ci insegna che non dobbiamo aver paura della nostra “ombra”, ma attraversarla con coraggio, come fa lui guidato da Virgilio, andando al fondo del nostro male, e là, in quel pozzo oscuro, trovare la via per uscire “a riveder le stelle”. È una favola che parla a tutta l’umanità: mi è bastato raccontare l’incipit della “dark forest”, il desiderio di quell’uomo di arrivare alla luce, per convincere 150 bambini e adolescenti di uno slum di Nairobi, totalmente ignari di chi fosse Dante Alighieri, a mettere in scena insieme a me il “sacro poema”».
Con le “chiamate dantesche” avete dato alla Commedia l’imprinting di una sorta di “poema del pellegrinaggio”…
«Perché il teatro o diventa quello, un vero e proprio pellegrinaggio, o è destinato a scomparire. Pensiamoci: in questa epoca di media e social da milioni di followers, il teatro è un nobile decaduto. Non ha i “numeri” per contare. Può contare solo se va alle radici ancora rivoluzionarie del suo linguaggio: il linguaggio del corpo, psiche-corpo, nella sua interezza, qui e ora. Io credo a una nuova alleanza che gli artisti teatrali possono stipulare con i cittadini: artisti che hanno bisogno di “mondo” per dare linfa alla propria arte, cittadini che si rifiutano di essere solo “spettatori”, numeri per l’audience. Da questa alleanza può nascere una nuova vita per l’arte scenica».

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